Giorgia Meloni: «Non firmiamo cambiali in bianco»

O è un governo tecnico o un governo politico, non si scappa. «Se è tecnico ha delle regole d’ingaggio precise: deve dire che cosa fa e in quanto tempo; se è politico va eletto democraticamente». Non ha dubbi Giorgia Meloni, che passeggia nel foyer della Sala Umberto dove si tiene l’assemblea dal titolo “L’Italia e il Pdl di fronte alla crisi. Per riflettere, ripartire, ricostruire…”. Reduce dalla manifestazione di domenica al Quirinale («per dire che c’è un’altra Italia diversa da quella che lancia monetine al premier uscente, che bisogna farla finita con la retorica dell’Italia festante…»), il ministro è lì per ascoltare la base «che non si rassegna al fatto che la politica abdichi alla tecnocrazia».

Qual è l’umore in giro?

C’è un mondo che soffre all’ipotesi che la politica venga commissariata, che rivendica la supremazia della politica sull’economia, che non crede che la ricetta per uscire da una crisi creata dalle speculazioni finanziarie e bancarie possa essere risolta da chi rappresenta le banche e la finanza. Ma è anche un mondo responsabile che ha messo sempre davanti a tutto l’Italia e non si metterà di traverso per il gusto di farlo.

Tecnocrazia. Ma è proprio così?

È strano che la politica faccia un passo indietro affidandosi ai tecnici e poi la prima cosa che fa il premier incaricato è chiedere aiuto alla politica. C’è qualcosa che non va…

Che significa regole d’ingaggio?

Siamo il primo partito di maggioranza relativa, dobbiamo concordare che cosa il nuovo governo intenda fare e in che tempi voglia realizzarlo. Poi si va al voto.

Sono i paletti posti dalla delegazione del Pdl a Monti?

Noi diciamo al premier incaricato che gli obiettivi devono essere circoscritti all’agenda europea e deve rispettare una tempistica certa, è la condizione essenziale. Non è sensato immaginare una squadra tecnica con esponenti politici che potrebbero essere candidati alle prossime elezioni.

Come ha annunciato Italo Bocchino?

Mi sembra che la gaffe sia rientrata. Certo, non sta facendo un buon servizio al governo Monti che tanto è stato esaltato in questi giorni. Di tante cose che ho sentito questa è la più autolesionista.

E il tandem Letta-Amato?

Dico solo: è curioso che Giuliano Amato sia ancora dato come tecnico, allora lo sono anch’io. È stato presidente del Consiglio, la sua storia parla chiaro.

Lui si è definito un ermafrodito…

Lui può dire quello che vuole, non discuto le sue grandi doti tecniche, ma è un tecnico di centrosinistra e allora il Pdl fa bene a bilanciare con un suo uomo di eccellenti qualità tecniche, ma di parte. Però, ripeto, i governi politici in democrazia escono solo dalle urne.

Il Pdl si riunirà ancora prima di decidere sul voto di fiducia?

Il Pdl ha ancora aperta la sua riflessione e si esprimerà dopo aver valutato proposte e comportamenti di ciascuno. Prima di prendere decisioni definitive dovrà riunire l’ufficio di presidenza.

Nel caso in cui da Monti non arrivassero le garanzie richieste, potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di non votare la fiducia?

Il centrodestra ha ancora una maggioranza al Senato e rappresenta milioni di elettori, il governo non è mai stato sfiduciato in Parlamento. Quindi, deve dire la sua e deve essere ascoltato. Non si firmano cambiali in bianco.

Quindi in aula voterete di volta in volta in base ai contenuti dei singoli provvedimenti?

E in base agli accordi presi.

La riforma della legge elettorale?

Non è una prerogativa del governo, è materia parlamentare. Bisogna lavorare a una legge che difenda quello che di buono c’è in questa – il bipolarismo, la scelta del premier, del programma e della coalizione – e introduca la possibilità per gli elettori di scegliere i parlamentari. Il ritorno al Mattarellum rappresenta un ritorno alla partitocrazia. E aggiungo che, in un sistema bipolare, chi viene eletto in una coalizione e cambia schieramento deve dimettersi.

Nel giro di consultazioni Monti ha incontrato una delegazione del forum dei giovani. È la prima volta…

È una grande vittoria se la politica si confronta con le rappresentanze delle realtà giovanili, in questo caso con il Forum dei giovani che riunisce organizzazioni di partito, associazioni del terzo settore. È il risultato di un lungo lavoro svolto dal ministero che, evidentemente, ha dato buoni frutti.

A proposito, qual è il maggiore cruccio nel dover abbandonare il ministero della Gioventù?

Dover abbandonare la squadra con cui ho lavorato in questi anni, fatta di giovani che hanno messo cuore e anima e non hanno semplicemente occupato un posto di lavoro. Poi naturalmente il timore che i tanti progetti avviati non vengano portati a termine. Non ho rimpianti, in questi tre anni e mezzo penso di aver fatto tutto quello che potevo.

La preoccupa il disegno neo-centrista del Terzo Polo che potrebbe intestarsi la regia del futuro Ppe italiano?

La nascita della Costituente italiana del Ppe è una precisa vocazione del Pdl, un impegno preso pubblicamente dal segretario Alfano, ben oltre i tatticismi. Invece mi spaventa l’idea di un congelamento del bipolarismo e mi affascina l’ipotesi di un Pdl che sia motore di un’aggregazione più ampia.