E se lo “spread” aumentasse per paura della sinistra?

Ha cercato a un certo punto di dirlo l’editorialista del Corriere Pigi Battista nell’arena televisiva di Ballarò martedì scorso: guardate che oltre a Berlusconi non risulta credibile nemmeno l’opposizione agli occhi degli osservatori internazionali. L’osservazione di Battista – rivolta ai vari Francesco Rutelli, Antonio Di Pietro e Susanna Camusso presenti in studio – è rimasta elusa dal politichese del primo, dal populismo del secondo e dal sindacalese della terza. Eppure basterebbe un piccolo sforzo empirico per accorgersi di come questo fantomatico spread aumenti ogniqualvolta Silvio Berlusconi vacilla. Non sarà che a questo punto l’indice, che tanta paura suscita, salga anche in ragione di ciò che si prospetta per il dopo-Berlusconi?

Andrà come in Spagna?
Insomma, se lo spread continua ad aumentare proprio in vista della crisi di governo ciò dovrebbe far riflettere chi sostiene che il problema si riduca alla sfiducia del mercati verso il premier italiano. Prendiamo allora l’esempio spagnolo che viene portato in questi giorni come esemplificativo di ciò che potrebbe accadere in Italia. Lì accade che il dimissionario Josè Luis Zapatero – coinvolto fino al collo proprio sulla crisi del sistema finanziario iberico – ha convocato elezioni anticipate. A questo punto gli oppositori di Berlusconi sostengono una (mezza) verità: vedete che i mercati si sono rassicurati dal fatto che in Spagna si voterà per un nuovo esecutivo? E lo dicono presentando l’esempio come un invito a fare lo stesso anche in Italia. Solo che, gli stessi oppositori, omettono un elemento: ossia che il dopo Zapatero sarà rappresentato con ogni probabilità dal candidato del Partito Popular Mariano Rajoy. Un candidato espressione del fronte moderato – che tutti i sondaggi danno vincente sul socialista – che dalla sua sta presentando un programma dove i desiderata dell’Ue non vengono considerati «macelleria sociale» (copyright di Stefano Fassina, responsabile economico del Pd) ma misure necessarie.  

Cosa chiede l’Europa
Il punto – su cui tutti gli analisti e i commentatori concordano – è questo: chiunque andrà al governo in Italia dovrà intervenire strutturalmente (quindi pesantemente) su pensioni, mercato del lavoro, licenziamenti, infrastrutture. Provvedimenti impopolari che saranno materia e onere di chiunque dovrà gestire le sorti politiche del Paese. Misure che richiedono, poi, un intervento di disarticolazione di tante consuetudini presenti nel nostro Paese: a partire dal nodo sull’articolo 8. Davanti a tutto questo come reagiranno i vari Vendola e Di Pietro, o la Cgil della Camusso? Riusciranno a passare dalle barricate della protesta al tavolo di un governo che è chiamato dai partner europei ad attuare riforme e privatizzazioni?

L’inaffidabilità
Domande tutt’altro che retoriche dato che – come recitano gli stessi analisti che bacchettano il governo dai salotti radical in tv – si tratta di misure non più rimandabili e sul cui ritardo si sta giocando l’ultima parte della stagione berlusconiana. Domande davanti alle quali i diretti interpellati – come può testimoniare l’episodio di Battista a Ballarò – glissano. A questo punto, allora, è indicativo comparare le richieste di Trichet e Draghi e gli interessi dei mercati con alcuni punti forti dell’opposizione. Perché uno dei cavalli di battaglia – oltre la patrimoniale – si chiama tassazione delle transazioni finanziarie, meglio nota come “Tobin tax”. Non bisogna dimenticare, poi, all’interno del corteo degli indignados echeggiviano cori che sostenevano, tra le altre cose, il «diritto all’insolvenza». Che dire del nodo pensioni sul quale il mondo sindacale è pronto allo scontro totale? E di Cremaschi della Fiom che ha invocato l’eventualità di un referendum stile Grecia? Quanto alle liberalizzazioni, dovrebbe fare fede il risultato dei referendum di qualche mese fa sostenuti in pompa magna da tutti i partiti di opposizione. Ma il problema, come abbiamo visto, non riguarda solo le cosiddette proiezioni estreme della coalizione. Perché – con tanto di irritazione del Quirinale – indicativo è stato l’atteggiamento iper-critico di una parte consistente dello stesso Pd verso la stessa lettera spedita al governo dai vertici della Bce. Ragion per cui ciò che si prospetta, in caso elezioni anticipate, è una coalizione di sinistra-centro (più che di centrosinistra) – dato che l’Opa sulla coalizione è nel nome del ticket con Vendola e Di Pietro – che non sembra attrezzata per dare quelle risposte. Almeno a leggere, pubblicamente, i commenti degli stessi giornali internazionali che stigmatizzano Berlusconi. E, tra le righe, gli umori delle curve dello spread.

I timori dei mercati

Dopo quelli della Chiesa, che manifesta da tempo preoccupazioni dal punto di vista etico per l’eventualità di un governo a trazione di sinistra, si aggiungono adesso i timori tutti economici dei mercati a un eventuale esecutivo che sia la riedizione dell’Unione prodiana. Da un lato, quindi, i timori politici dell’Ue sull’affidabilità di un governo di coalizione con protagonisti che mettono in discussione i diktat della Bce. Dall’altro la paura dei mercati di dover fare i conti con misure “punitive”. Per questo, sotto sotto, l’opzione “tecnica” sembra essere quella più apprezzata tanto dai mercati quanto dall’Ue, perché in qualche modo ritenuta più affidabile e meno “politica”. Il messaggio sublimanale della curva dello spread – nonostante la vulgata che continua a rimbalzare su quasi tutti i media – potrebbe essere questo: più di Berlusconi, la paura vera è un governo di centrosinistra.