«Da amico dico a Israele: il mondo è cambiato»

«Quel casino dell’Unesco», l’ha definito M. J. Rosenberg, commentatore americano, già direttore dell’Israel Policy Forum. Un «gran casino» prima di tutto per gli Stati Uniti, che lunedì si sono trovati alle prese con un voto «spartiacque». La tesi di Rosenberg, pubblicata sul seguitissimo blog Huffington Post (per capirsi un sito su cui hanno firmato, tra gli altri, Barack Obama, Hillary Clinton, Madonna, Michael Moore e Nancy Pelosi) e poi ripresa anche dal sito di Al-Jazeera, è che con il voto all’Unesco e il successivo ritiro dei finanziamenti gli Stati Uniti abbiano assecondato i desideri di Israele ma fatto un danno ai loro interessi.

Un danno potenzialmente maggiore

Rosenberg ha preso a prestito le parole di un altro commentatore politico, Jonathan Allen, per spiegare che il taglio dei fondi comporta un effetto dannoso per «le compagnie americane del settore tecnologico – come Apple, Google e Microsoft – e gli Studios che usano l’Unesco per aprire nuovi mercati nel mondo emergente e appoggiarsi a un ente associato, la World intellectual property organization, per dirimere le dispute internazionali su musica, film e software». Rincara la dose Rosemberg: «Potenzialmente, il danno può essere maggiore, molto maggiore se la Palestina cerca e ottiene il riconoscimento da altre agenzie dell’Onu cruciali come l’Agenzia internazionale per l’energia atomica o l’Organizzazione mondiale della Sanità».

La Palestina punta alle altre agenzie

Profezia fin troppo facile, quella di Rosenberg, giunta all’indomani delle dichiarazioni palestinesi secondo cui il riconoscimento all’Unesco non è che «l’inizio di un percorso verso la liberazione». Ieri, nemmeno ventiquattro ore dopo il voto, da Ginevra è arrivata la conferma di quello che tutti si aspettavano: nel giro di qualche settimana la Palestina è pronta a chiedere il riconoscimento ad altre agenzie Onu. Sedici per l’esattezza, secondo quanto riportato dall’Associated press. «Ci stiamo lavorando su, una a una. Ora c’è il precedente dell’Unesco. Questo è uno spiraglio, per noi, per proseguire nei nostri sforzi per diventare membri delle altre agenzie», ha spiegato ieri alla Ap Ibrahim Kharaishi, il più alto funzionario palestinese a Ginevra.

Israele annuncia nuovi insediamenti

A Tel Aviv insistono che questo è inaccettabile, che mina alle radici la possibilità di portare avanti le trattative di pace e che compromette lo stesso lavoro delle Nazioni Unite. Ieri il premier Benyamin Netanyahu ha anche convocato a Gerusalemme i sette ministri principali del governo per stabilire come reagire. La decisione è stata lo stop al trasferimento di fondi all’Anp e l’annuncio della costruzione di duemila alloggi in Cisgiordania e nell’area di Gerusalemme est. Praticamente una rappresaglia. Gli israeliani, del resto, come ribadito ieri anche dal portavoce del ministero degli Esteri, Yigal Palmor, ritengono che la Palestina, chiedendo di essere ammessa all’Onu e nelle sue agenzie, stia tentando di «fare un dirottamento di queste strutture e di imporre una agenda anti-israeliana».

Gli Usa col “giubotto suicida”

L’amministrazione Obama – c’è chi dice un po’ obtorto collo – sposa questa tesi, che per altro riscuote numerosi consensi nella politica statunitense nel suo complesso. Al congresso c’è stato anche chi ha già mandato a dire al presidente che le leggi degli anni Novanta che impedisconi di finanziare le agenzie Onu che accolgono la Palestina non si toccano e che, quindi, non c’è alternativa: se entra la Palestina escono i dollari. Un editoriale di ieri del conservatore <+corsivo>Washington Times<+tondo> sosteneva, in sintesi, che la Palestina sta affossando l’Onu, i suoi “satelliti” e gli stessi Stati Uniti. Per farlo riportava la metafora utilizzata da un anonimo funzionario del Diparimento di Stato secondo cui «abbiamo un giubotto suicida incatenato al torace e i palestinesi hanno il telecomando». Il <+corsivo>Washington Times<+tondo> l’ha definita «non proprio diplomatica», ma più ancora della metafora potè la chiosa dell’articolo: «E data la loro storia, è abbastanza ovvio come finirà».

Due leggi inadeguate ai nuovi equilibri

In queste ore, però, in molti hanno sottolineato che la volontà della comunità internazionale espressa all’Unesco con 107 voti a favore della Palestina e solo 14 contrari è più che chiara e che se gli Stati Uniti si ritrovano oggi a rischio isolamento ed esclusione dai luoghi che contano è, essenzialmente, per una loro precisa scelta politica. Lo hanno fatto capire i francesi, nelle dichiarazioni a ridosso del voto. Lo dicono esplicitamente gli intellettuali statunitensi. Rosenberg, ieri, non era il solo ad avvertire il proprio Paese sui rischi che corre. Oltreoceano, il <+corsivo>Guardian<+tondo> riportava il commento di Juan Cole, professore di Storia all’università del Michigan e autore di numerosi libri sul Medio Oriente e sul mondo islamico. Cole riusciva ad essere perfino più duro di Rosenberg nel dire che gli Stati Uniti si sono ficcati da soli in un bel pasticcio. Si capisce che il professore simpatizza parecchio per la Palestina e ha piuttosto in antipatia Israele, di cui dice che «la schiacciante influenza delle sue lobbies nel congresso sta portando gli Stati Uniti su un cammino scosceso di crescente isolamento e debolezza internazionale». Certo è, comunque, che ora gli Usa (e con loro l’intera Onu) si ritrovano in quel «gran casino» di rosenberghiana definizione e che questo, in fin dei conti, dipende dal fatto il mondo cambia mentre gli americani sono oggi impiccati a due leggi di oltre vent’anni fa, quando nessuno si sarebbe sognato di contrastare il loro potere politico ed economico. Oggi, invece, ha scritto ancora Cole, «il voto all’Unesco rivela la sagoma dell’influenza americana nel mondo. Il voto non è stato semplicemente l’Ovest contro il resto. Anche se l’America Latina, l’Africa e l’Asia hanno fermamente supportato la Palestina, così ha fatto anche la Francia. E Gran Bretagna e Italia si sono astenute invece di votare contro. Il blocco emergente dei Brics ha votato tutto a favore. Solo 14 hanno votato contro e se si levano Israele e Usa ne restano solo 12».