Cresceranno nuovi leader oltre i partiti?

L’argomento torna d’attualità nei momenti di crisi e dunque oggi è più che mai all’ordine del giorno: come selezionare una classe dirigente più affidabile e più credibile che argini quel disagio che fa registrare una continua fuga verso il non voto? Nell’area della sinistra il fenomeno Renzi ha determinato un dualismo vecchio-nuovo che fa discutere e che già ha prodotto uno shieramento trasversale di estimatori e di detrattori del sindaco di Firenze. Sull’altro fronte, accanto a leadership consolidate e che vengono da lontano (Fini, Casini, Di Pietro), il problema si pone con urgenza nel Pdl, partito di nuova formazione in cui però la leadership carismatica di Berlusconi non appare più sufficiente a dare risposte alle aspettative interne ed esterne e dove la nuova leadership di Alfano dev’essere consolidata, magari attraverso quelle primarie che ormai sono in parecchi nel Pdl ad auspicare.
In pratica tutte le famiglie politiche hanno davanti a sé lo stesso problema che in realtà coinvolge la politica stessa e le modalità attraverso le quali finora è stata gestita. La crisi non investe solo le leadership, ma anche i modelli di partito e la partecipazione alle decisioni di chi nei partiti vede ancora un punto di riferimento. Non attingendo più dalle ideologie la loro forza propulsiva, i partiti hanno puntato tutto sull’immagine dei capi e sulla loro capacità di comunicazione: una risorsa che è apparsa insufficiente dinanzi al montare della dialettica interna, processo che ha indebolito i partiti-contenitore come il Pd e il Pdl, nati dalla fusione di formazioni precedenti.  
Una legge elettorale dove non sono i cittadini a scegliere da chi devono essere rappresentati ha concluso l’opera di demolizione della credibilità della politica e ora è lo stesso concetto di politica ad essere privo di autorità, al punto che non si capisce bene se dobbiamo catalogare come antipolitica i fenomeni che si oppongono ai partiti o il “teatrino” cui danno vita i partiti stessi. In questo scenario davvero poco consolatorio l’unico dato certo è quello del consenso quale fonte di legittimazione di un’autorità, di un potere, di una decisione anche se in Italia è noto che ciò che si dichiara in campagna elettorale poi difficilmente viene realizzato a posteriori. Le primarie vengono viste ormai come percorso auspicabile per consolidare sia la leadership che la classe dirigente. Ma attenzione: le primarie avvengono all’interno di un circuito chiuso e controllato, quello di un partito che ne stabilisce le regole e la regia. Sono allora davvero sufficienti per estendere la partecipazione a chi non si sente adeguatamente rappresentato?
In pratica arriviamo al vero nodo da sciogliere, che è quello dei luoghi in cui esercitare il diritto di parola (essenziale nelle dinamiche di una democrazia) per essere ascoltati e per ottenere attenzione dalla classe politica. Il famoso episodio di Tersite, il soldato che nell’Iliade osa dar voce alle critiche contro la guerra voluta da Agamennone e incita i suoi commilitoni ad abbandonare l’assedio a Troia, è la metafora perfetta per comprendere il deficit di rappresentanza che la politica sta attualmente vivendo. Tersite sfida e compromette l’autorità regale, esprime una ribellione, manifesta una critica, in pratica desidera togliere la delega, non si sente rappresentato: viene colpito dallo scettro regale di Ulisse così come la classe politica colpisce chi la critica bollando queste manifestazioni come antipolitica.
Eppure perché una democrazia funzioni dev’essere trovato il punto di incontro tra le esigenze di Tersite e quelle di Ulisse perché se c’è chi non ha diritto di parola vuol dire che la rappresentanza è viziata da un difetto di fondo e che va ristabilito un equilibrio. È appena il caso di sottolineare, allora, che chi si candida a rappresentare (cioè la cosiddetta classe dirigente) deve evitare di rinchiudersi nell’autoreferenzialità mettendo in pratica tecniche di ascolto che servano anche da verifica delle soluzioni per poi passare a decisioni condivise.
Questa capacità di ascolto che la politica deve dimostrare per legittimarsi nuovamente è una pratica di leadershit, di rottamazione della leadership, che per Andrea Vitullo, consulente filosofico e esperto di management, è la strada maestra per riedificare una politica che sappia cogliere al ricchezza del “pensare insieme”. Vitullo ne parla nel suo saggio Leadershit (Ponte alle Grazie) in cui afferma che l’esistenza di leader da una parte e di gregari dall’altra è un modello che ha, se non i giorni, gli anni contati. Cosa nascerà al suo posto? Nuove pratiche di condivisione e integrazione del potere. «Guardiamo a ciò che accade in Islanda – dice Vitullo – dove si è deciso di scrivere la Costituzione via interent insieme ai cittadini. Certo, la politica italiana è molto lenta nel cambiare i paradigmi. Sull’onda del berlusconismo si è accettato il paradigma del leaderismo, per cui nel leader si cerca l’uomo forte, si cerca l’uomo telegenico, ma si tratta di un leaderismo old style, supportato dalla televisione, che è un media passivo, mentre oggi si cerca altro». I leader del futuro somiglieranno «a nuove figure di ispiratrici e ispiratori che avviano qualcosa, delle reazioni, per poi mettersi in disparte. Allestite le condizioni, sviluppata un’idea, dato l’esempio e trasferite le responsabilità, migrano altrove».
Saranno dunque leader più adatti a un mondo che internet ha trasformato creando le condizioni per una realtà interconnessa, in grado di produrre un noi più evoluto fatto di tanti “io” in relazione tra loro. Secondo Vitullo i politici non guardano alla rete con la necessaria attenzione: «Un dirigente classico di partito non sa che i giovani vanno in rete e leggono poco i giornali e non sa che a Berlino c’è stato l’exploit del partito dei pirati, che si ripromette di mettere in internet le dinamiche della decisione, consegnando ai processi della politica quella trasparenza che è la cosa più interessante per il cittadino elettore. Non tengono conto di un fenomeno come quello del The Huffington Post in America, uno dei blog più seguiti in tutto il mondo». Eppure tutti i politici hanno una loro pagina su Facebook o un blog che li sostiene o si preoccupano di mettere in rete le loro iniziative. Può bastare come pratica di leadershit? Secondo Vitullo no, perché i politici hanno biosgno di ribadire e non di condividere: «Sulla rete non c’è uno che afferma e l’altro che sta zitto, sulla rete il dibattito è alla pari, per questo i politici ne hanno paura e al tempo stesso ne sono attratti. Ma la politica soffre anche di un altro vizio d’origine, infatti i modelli cui noi facciamo riferimento sono di tipo patriarcale, basta fare caso al linguaggio che la politica utilizza, che è un linguaggio tipicamente maschile, e che usa vocaboli come avversario, competitività, conquista, aggressività. Noi conosciamo dunque un leaderismo di tipo maschile, mentre si stanno affermando altre pratiche, quelle della collaborazione collettiva, che convincono di più i giovani che saranno i nuovi elettori». Un’altra pratica che i leader dovrebbero attuare, secondo Vitullo, è quella della “sfida delle aspettative”, cioè non seguire tutto quello che il pubblico si aspetta. «Se un leader infrange un tabù diventa molto più carismatico di quello che invece pensa solo a farsi amare, ad assecondare il suo pubblico».
In definitiva siamo in una situazione di stallo: da una parte c’è una ricerca ossessiva del leader, perché il leader è colui che prendendo una decisione si assume anche le conseguenti responsabilità; dall’altra parte i leader sono poco curiosi, non hanno voglia o tempo di intercettare cosa c’è dietro le dinamiche sociali. La rete da questo punto di vista resta territorio inesplorato, anche se è quello il luogo in cui si manifestano e crescono i “laboratori di idee”. «Però occorre capire – spiega ancora Vitullo – che deve cambiare anche il linguaggio della politica, fino ad oggi orientato sull’immaginario televisivo e non su quello della rete. Nella rete bisogna lasciare andare le conversazioni e non limitarsi a moderare o a giustificare. Lì c’è un rapporto da pari a pari altrimenti la presenza del politico nella rete diventa inutile. I politici dovrebbero andare di meno alle sagre, fare meno passerelle e sporcarsi di più le mani. Stare in conversazione sulla rete è un mestiere, è un lavoro vero e proprio, una pratica che forma opinione e che richiede molta energia».
La rete dunque non è importante in sé, ma per quello che ci si può trovare e che può diventare processo positivo, reale e non più virtuale: «Siamo noi il network, con le sensibilità e le ricerche che ci accomunano, con il racconto biografico che facciamo della nostra vita, la voglia che abbiamo di condividerlo. Siamo noi la comunicazione: i social network sono la punta avanzata di una mutazione che potremmo definire antropologica. Una costruzione del sociale che si alimenta della messa a fuoco delle mie ricerche, del mio daimon, delle possibilità che riconosco come mie, che posso e voglio onorare e donare. In questi territori possiamo mettere in comune piccole narrazioni, fare scoperte interiori, produrre e far crescere alchimie utili per noi, per gli altri, impollinarci reciprocamente».
Di certo questo modello faticherà ad imporsi per la resistenza del cosiddetto partito-pesante, quello organizzato attraverso il radicamento sul territorio ed erede delle organizzazioni politiche del Novecento. Questa tipologia di partito presuppone però una struttura piramidale: il cittadino si rivolge al politico per chiedere aiuto, perché le proprie istanze siano portate nei luoghi della decisione. C’è sempre chi è in posizione di subalternità e chi deve accogliere e vagliare le richieste dal basso: questa dialettica può funzionare e avere una sua efficacia se il territorio è ristretto, perché garantisce una rappresentanza diretta, ma perde molto del suo appeal in un quadro nazionale, dove si perde il contatto diretto tra elettore ed eletto. In questa dimensione occorre lavorare sulla capacità di essere creativi e innovativi, recuperando autorevolezza non tanto perché si ascoltano i cittadini ma perché si sanno trovare le sintesi giuste e che concorrono al benessere collettivo. È in questa dimensione che il leader deve dimostrarsi più coraggioso degli altri, non temendo né la responsabilità né l’ingratitudine e rottamando ciò che della leadership old style appare ormai inservibile: il tornaconto personale, il culto di sé, il narcisismo, l’esibizionismo, il desiderio di adulazione, e tutto quel contorno mistico che accompagna le leadership cui siamo abituati, dai microfoni all’audience, dai riflettori alle processioni dei laudatores.