Contro il Cav solo i vecchi arnesi

Dagli Indignados ai Pomicinos il passo è breve, tutto fa brodos, se serve a buttare giù Berlusconi, anche arruolare frettolosamente qualche vecchio arnese della Prima Repubblica come o’ ministro Paolo Cirino Pomicino: il profeta della transumanzia, il Maradona del contropiede politico, l’uomo che sussurrava agli indecisi per conto di Pierferdinando Casini. Paolino da un paio di giorni s’è ripreso il ruolo di mattatore del teatrino politico italiano grazie a un’investitura messianica dell’Udc: vai e portaci democristianamente le pecorelle smarritesi nel Pdl. Pomicino s’è mosso e in poche ore ha portato a casa – come ha orgogliosamente confermato in prima persona – due parlamentari sottratti alla maggioranza. E ora lavora sulla linea di confine tra la crisi e la resurrezione berlusconiana per infliggere il colpo del ko al Cavaliere, dopo esserne stato per molti anni amico e consigliere. Una minaccia seria, per Berlusconi, ma non solo per lui.
 
Beffati gli anti-Cav professionisti
Nell’esercito di antiberlusconiani in servizio permanente – dormi, prega e odia il Cavaliere – si respira una strana aria di mestizia, proprio adesso che il traguardo sembra vicino. In tanti aspiravano a piantare la bandierina sul corpo esangue del Berlusconi ferito a morte, ma nel gruppone impegnato nella volata finale s’è improvvisamente staccato l’outsider Pomicino. Sotto il cadavere politico del Cavaliere, in caso di slavina parlamentare o di passo indietro del premier, potrebbe esserci il suo Dna e non quello di chi da anni s’è votato alla causa con impegno e dedizione: dai giudici rossi ai vari Di Pietro, Travaglio, Santoro, Bersani, Fini e via dicendo. L’ex ministro che negli anni della Prima Repubblica diede un contributo importante alla creazione del debito pubblico italiano, potrebbe beffare tutti e consegnarsi alla storia come il Caronte politico che traghettò sull’altra sponda gli ex fedelissimi del Cavaliere determinandone il tramonto politico. Berlusconi, e chi crede ancora in lui, è libero di fare gli scongiuri, anche perché la partita sui numeri parlamentari sembra ancora apertissima: ma certo non farebbe piacere neanche al diretto interessato finire per mano di un Pomicino qualsiasi.

Casini e l’esempio di Berlinguer
Ma in questa pazza edizione del golpe politico in salsa vintage, ci sta bene anche una versione riveduta, corretta e invertita di un antico adagio: chi di democristiano perisce, di comunista ferisce. Accanto ai riti dorotei del trasformismo politico che si consumano sull’asse Pomicino-Casini, infatti, c’è anche un filone di pensiero anti-berlusconiano che va ad attingere addirittura agli insegnamenti del vecchio nemico, il Pci di Enrico Berlinguer. Ogni riferimento a Pierferdinando Casini non è puramente casuale. Ieri il leader dell’Udc, in un’intervista, ha mutuato una datata considerazione che l’ex segretario del partito comunista aveva elaborato nell’autunno del 1973. «Non si governa il Paese con il 51% dei voti», ha detto Casini, in riferimento alla maggioranza sempre più risicata del centrodestra. Le medesime parole pronunciate da Enrico Berlinguer in quel mese di trentotto anni fa, all’indomani del golpe cileno: un monito che l’allora leader comunista rivolgeva, ovviamente, a quella Democrazia cristiana che l’allora diciottenne Casini iniziava a frequentare da militante. Altra curiosità: lo stesso concetto fu espresso, ma al contrario, nel 2006, agli albori del governo Prodi (appeso al voto dei senatori a vita) dall’allora presidente della Camera Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione. Ovviamente per portare acqua al mulino della fragile maggioranza dell’Unione.

A volte tornano i Formica…

Negli ultimi giorni, oltre alle performance dei Pomicino e alle rievocazione storiche di Berlinguer, s’è rifatto sotto anche un politico che ormai un po’ tutti, anche tra i suoi fedelissimi, davano per semi-pensionato: Massimo D’Alema. Si è scelto un giornale, nell’imminenza del possibile crollo di Berlusconi, è ha tirato fiori i suoi tradizionali arnesi: inciuci, governissimi, larghe intese e cose del genere. Per non parlare di un altro “nuovo” che avanza, il repubblicano Giorgio La Malfa, che da giorni pontifica sui disastri del governo Berlusconi, lui, il profeta del pentapartito sfascia-conti pubblici. Dal profondo della Prima Repubblica, poi, è rispuntato, per aizzare Tremonti contro Berlusconi, anche l’ex ministro dell’Economia Rino Formica, sul “Riformista”. E qui, più che nel vintage, siamo quasi alle sedute spiritiche.