Viespoli: «Una crisi sarebbe un salto nel buio»

«Una volta raggiunto l’accordo con la Lega si può ripartire davvero. Ha presente il Gran premio della montagna nel ciclismo?». Pasquale Viespoli è appena uscito dal vertice della maggioranza a Palazzo Grazioli. Tutto è ancora da decidere quando il capogruppo in Senato di Coesione nazionale, fa il punto della situazione. Nelle ore in cui ancora è tutto in ballo e ogni ipotesi è possibile, il senatore eletto nel Pdl ricorre a una metafora sportiva.

Senatore Viespoli, in che consiste questa sorta di scalata da Tour de France?

Assomiglia a quella di un ciclista su un percorso di montagna. L’accordo sulle pensioni rappresenterebbe una svolta. Una volta superata la salita più dura, si riacquista morale, ci si rinfranca e si pedala con più convinzione. 

Certo se Bossi non tirasse la corda…

Ormai il Carroccio fa quel che sa fare meglio. Se anche domani cascasse il governo, la Lega resterebbe un partito di governo sul piano territoriale. Cota e Zaia mica si dimetteranno da governatori del Piemonte e del Veneto e gli amministratori leghisti resteranno tutti sulle loro poltrone delle città del Nord. Oggettivamente partono da una posizione di forza.

Un po’ come faceva il Psi di Craxi negli anni Ottanta?

Con ancora più forza, perché può contare sul radicamento territoriale. Ma sarebbe sbagliato ragionare solo sul via libera di Bossi.

La riforma delle pensioni non era il nodo fondamentale?

Sarebbe riduttivo e banalizzante leggerla in questa chiave da ragionieri della politica. Qui c’è un quadro dove la sintesi è indispensabile per consentire al governo di ripartire.
 
Un’altra ripartenza? Ne sono state annunciate tante finora.

Questa è una fase diversa. Una crisi oggi non sarebbe una crisi normale. Nella prima Repubblica una crisi di governo c’era quasi una volta all’anno. Puntuale come il panettone a Natale.

Invece stavolta?

Una crisi di governo oggi sarebbe una crisi di sistema. Rischieremmo di trovarci con un ancora governo peggiore di un governo tecnico, un esecutivo che definirei “post-politico”. Di fatto finiremmo commissariati dalla Ue.

Superando questo scoglio cambia qualcosa?

Può cambiare tutto. L’esecutivo diventa un governo di responsabilità europea. Possiamo davvero ragionare sulle grandi riforme che servono alla nazione. In gioco non sono solo i conti di una nazione ma la centralità della politica e la sovranità rispetto ai poteri finanziari e all’Europa dei tecnocrati. E, in questo, mi hanno colpito le strumentalizzazioni dell’opposizione che nel nome della semplificazione antiberlusconiana ha banalizzato la questione.

Eppure il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini ha criticato Sarkozy e la Merkel.

Anche il Pd l’ha fatto a modo suo. Ma sono state reazioni ammiccanti. Il problema è che non si coglie il dato politico di una nazione che con un governo post-politico rischierebbe di entrare in una stagione senza precedenti.

Quindi poche colpe della Lega, molte responsabilità dell’opposizione. E il centrodestra?

È a metà strada tra un partito che si macera nell’autoconsolatorio mantra “abbiamo fatto tanto ma non lo abbiamo comunicato bene” e chi sotto sotto auspica un passo indietro di Silvio Berlusconi con il senso di liberazione di chi si sente ormai adulto e si emancipa dalla figura paterna.

Invece?

Invece la situazione è molto più complessa. In questo senso vedo una scarsa tensione nel Pdl. E lo dico io che non sono più organico al partito di Berlusconi. Se si archivia questo esecutivo si apre un’altra partita. A quel punto gli scenari sono imprevedibili e dipenderà da quel che farà il presidente Napolitano. Lo ripeto: non sarebbe più crisi di governo, ma crisi di sistema.