Sono indignados? Macché, soltanto un po’ “asinelli”

Contestatori cercasi. Gli scenari economici mondiali sono tali da giustificare non solo il malcontento, ma addirittura la protesta. Quello che sta succedendo a Wall Street, in questo senso, non può non essere illuminante. All’ombra dei grattacieli del Financial District, nel tempio della finanza mondiale, si riuniscono disoccupati, operai, impiegati e hippy un po’ attempati, in marcia per contestare una struttura che ha inghiottito le pensioni e polverizzato i risparmi. Gli strali sono tutti contro la banca planetaria made in Usa e la cupidigia di chi, con l’arma della speculazione e dei prodotti derivati, ha messo da parte fortune colossali a danno della povera gente a cui oggi si chiede di saldare il conto. Tanto di cappello, quindi, a tutti coloro che in queste settimane sono scesi in piazza per la grande marcia anti-Wall Street. Qui le banche hanno fatto il bello e il cattivo tempo e poi Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve, è dovuto intervenire per salvarle dilapidando molti miliardi di dollari di denaro pubblico. Sono le politiche economiche globali di sistema a essere messe sotto accusa, perché hanno messo in moto meccanismi che hanno impoverito il mondo e che adesso minacciano di innescare cortocircuiti in grado di minacciare il livello di vita di gran parte dell’Occidente.

Banche sotto accusa
C’è un caso americano, quindi, e c’è il resto del mondo. Le grandi banche d’affari degli Stati Uniti sono sicuramente responsabili di aver creato il buco nero che ha poi inghiottito molti fondi pubblici. Non da sole, per la verità. Ma in Europa è un’altra cosa. A parte l’Irlanda, dove le finanze pubbliche entrano in crisi perché il governo è costretto a correre in soccorso delle banche e a dilapidare risorse, il resto dello scenario ha colori molto diversi. Si prenda, ad esempio, il caso dell’Italia o del Belgio, dove le difficoltà delle banche sono costituite dal fatto che hanno in pancia i titoli pubblici emessi per finanziare il debito che non hanno concorso a creare e di cui sono responsabili i governi. Sono state le poltiche del Caf e quelle cattocomuniste che da noi hanno creato la voragine, investendo ingenti risorse in spesa pubblica, pensioni, clientelismo, inefficienza, pubblica amministrazione elefantiaca e improduttiva. Così hanno garantito la pace sociale e il voto di scambio, ma hanno creato il debito che oggi siamo chiamati a finanziare. Basti pensare al mondo della scuola dove il 95 per cento di quanto viene speso ogni anno serve a pagare gli stipendi, mentre con le scarse risorse che rimangono si deve fare tutto il resto. Con queste premesse non ci si può stupire se, alla fine, si riesce a fare molto poco e lo si fa anche male. Gli indignados di casa nostra sembra che queste cose non le abbiano capite. Accampati a via Nazionale a Roma, di fronte alla Banca d’Italia, contestano l’Istituto e affermano che i debiti li devono pagare le banche, responsabili di aver concorso a farli.

Ignoranti in casa

È il trionfo della più crassa ignoranza. Bankitalia, oggi, non ha nessun potere. Non emette nemmeno moneta. Se questi signori fossero andati a strillare a Francoforte, di fronte alla Banca centrale europea, in qualche modo li si sarebbe potuti anche capire. Ma alzare cartelli a via Nazionale, che senso ha? E non ha neppure senso la chiamata di correo delle nostre banche, a cui si vorrebbero far pagare i costi, mandando così in tilt i loro conti e quindi i risparmi degli italiani, a cominciare di quelli dei loro padri. Tra l’altro i nostri istituti di credito non sono nemmeno responsabili di aver concesso mutui non garantiti, al contrario di quelli americani e inglesi. Sono stati parsimoniosi e se oggi hanno problemi, è perché si sono dati da fare per finanziare il debito e hanno perso gran parte della loro capitalizzazione con la crisi della Borsa. Quelle francesi e tedesche stanno peggio, perché sono esposte anche sul fronte della Grecia, ma l’allarme è comune a tutti, tanto che la ricapitalizzazione è una questione all’ordine del giorno nel Vecchio Continente. La faccia l’Europa o la facciano gli Stati ognuno per proprio conto, da qui bisognerà comunque partire per dare tranquillità ai mercati. Il meccanismo parallelo di aiuti alle banche e di abbattimento dei debito sovrano è il solo che può consentire, attraverso la diminuzione dello spread tra i nostri Btp e il bund tedesco, cospicui risparmi sul fronte degli interessi. In caso contrario trovare le somme necessarie da impiegare per investimenti e sviluppo si rivelerà un’impresa impossibile.

Proteste pilotate
La prova generale la si attende per domani, quando è in programma una manifestazione nazionale a Roma che si annuncia densa di incognite, soprattutto sul fronte dell’ordine pubblico. Ma, intanto, scaramucce sono già in atto in diverse città. Scimmiottano il movimento Occupy Wall Street, ma si ha anche la sensazione che sono in molti che, alla débacle delle finanza mondiale, preferirebbero le dimissioni di Silvio Berlusconi dal governo. Gira e rigira, infatti, a stare sulle barricate sono oggi i contestori di sempre. Con la variante che qualche volta si passa dai padri ai figli, o viceversa. In Italia nessuno si stupisce che c’è anche chi fa il contestatore di professione, talvolta travestito da ecologista, talvolta da precario. E con queste premesse è facile scendere in piazza senza nemmeno capire bene il perché, l’importante è farlo. Gli indignati che cantano “Bella ciao” (è successo la scorsa notte a via Nazionale a Roma), i  politici che annunciano la loro presenza alla manifestazione di domani, i collettivi universitari che promettono una lotta senza quartiere, rispondono a questa logica. Intanto decine di attivisti, tra cui studenti e membri dell’associazionismo, hanno occupato simbolicamente per un paio d’ore l’ex Ostello della gioventù al Foro italico, e un gruppo di attivisti della Rete Reclaim (Rete urbana contro la crisi) ha calato uno striscione di 5 metri per 8 dal torrione del Maschio Angioino, che si affaccia su piazza Municipio a Napoli, chiamando a raccolta per l’appuntamento di Roma che Francesco Caruso, ex parlamentare di Rifondazione comunista ed esponente del movimento no-global, definisce «una deflagrazione sociale», affermando che «si configura come un momento di rabbia ingovernabile». Alla faccia dei debiti sovrani e degli speculatori di Wall Street.