Siamo messi male? Guardate gli altri…

La corazzata propagandistica della sinistra sta per essere inghiottita dalle sabbie mobili dei dati. I numeri parlano chiaro, quei fantasmi che svolazzerebbero minacciosi solo sulla nostra economia sono stati creati ad arte per accreditare le tesi dei disfattisti e far credere che il governo Berlusconi sia “colpevole” della crisi. Quei numeri dicono infatti che molti stanno peggio, molto peggio di noi. La lista è lunga: Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e adesso anche la Francia, in odore di cartellino giallo da parte delle agenzie di rating. Ieri tutti i greci sono scesi ancora una volta in sciopero generale per protestare contro i tagli, gli iberici hanno subito una doppia squalifica ad opera di Moody’s, che li ha retrocessi di due livelli (da Aa2 ad A1) con riferimento alla solvibilità del debito sovrano, la Francia si è beccata l’avvertimento della stessa Moody’s e il declassamento potrebbe arrivare a breve. Portogallo e Irlanda, poi, vivono da molti mesi all’interno del tunnel della crisi e Inghilterra e Germania hanno banche con i bilanci sicuramente più dissestati di quelle italiane. Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, ha scritto una lettera ai capi di Stato e di governo dei 27 prima del vertice di domenica prossima e rileva che «la situazione economica sta peggiorando». Quindi il monito: «Agiamo insieme e con decisione».

Riparte l’industria italiana
Volendo essere seri, dunque, è evidente che la crisi è globale (il debito degli Stati Uniti e gli “indignati” di Wall Street sono un esempio eclatante) e che l’Italia non è che uno degli ingranaggi che hanno bisogno di essere lubrificati. Il decreto sullo sviluppo, che il governo sta mettendo a punto, dovrebbe servire proprio a questo. Intanto l’Istat rende noti i dati sul fatturato e sugli ordinativi dell’industria nel mese di agosto e fa sapere che, su base annua, il primo è aumentato del 12,3 per cento con riferimento alla situazione interna italiana e del 12 per cento sui mercati esteri, mentre i secondi sono cresciuti del 5 per cento rispetto a luglio e del 12 per cento nei primi otto mesi del 2011. E non si tratta più di una semplice rondine che non farebbe primavera. Nella scorsa settimana segnali positivi sono arrivati anche dalla produzione industriale (+4,6 per cento); dall’accupazione, con 22mila posti di lavoro creati nell’ultimo anno, dal debito pubblico in calo al di sotto dei 1.900 miliardi (lo scorso giugno erano 1.911,769), dalle entrate in aumento nonostante lo scarso sviluppo. I tecnici dell’Istituto centrale di statistica avvertono che  bisognerà aspettare i dati di settembre per vedere se si tratta di ripresa vera ma, intanto, pongono l’attenzione  sul fatto che gli ordini dei mezzi di trasporto sono aumentati dell’84.3 per cento si base annua e c’è stato un vero e proprio boom per quanto riguarda barche e navi.

Black-out in Grecia
Un’aria molto diversa da quella che si respirava ieri ad Atene dove, proprio mentre il Parlamento si interroga sulle nuove misure di austerità da approvare per sbloccare la sesta tranche di aiuti internazionali, il Paese è stato paralizzato da 48 ore di sciopero generale. Chiusi musei, scuole, uffici pubblici, ospedali, supermercati e distributori di benzina. Hanno incrociato le braccia anche gli agenti del fisco, i controllori di volo, i medici, i marinai, i tassisti e i giornalisti. Edicole deserte, telegiornali sospesi, siti oscurati e radio mute danno il senso dell’entità di una protesta che è stata definita una delle più massicce degli ultimi anni. Mentre i governo continua a rassicurare Bce e Fmi sulla volontà di rispettare il programma di rientro del debito, la popolazione si oppone alla ricetta internazionale che sta provocando tagli dolorosissimi e che, forse, non impedirà nemmeno il default di Atene. Sono in molti, infatti, a ritenere che alla fine il botto ci sarà, non appena Francia e Germania troveranno il modo di salvaguardare i loro istituti di credito, in difficoltà perché con i bilanci infarciti di titoli greci.

Spagna vulnerabile
A un mese dalle elezioni politiche la Spagna si è beccata, dopo il declassamento di Standard & Poor’s e Fitch, anche quello di Moody’s. Nonostante i tagli e le manovre “lacrime e sangue” adottate dal governo Zapatero, lo stato di salute dei conti pubblici spagnoli continua a non convincere. Sono in particolare le banche a suscitare i maggiori interrogativi, per il livello di indebitamento che, secondo gli esperti, potrebbe portare  presto anche a un declassamento ulteriore se la crisi nell’eurozona dovesse peggiorare. Uno sviluppo che i leader europei, riuniti a Bruxelles nella giornata di domenica 23 ottobre, cercheranno di scongiurare in tutti i modi, probabilmente mettendo sul tavolo un piano che prevede di quintuplicare la capacità finanziaria effettiva del fondo salva-stati (Efsf), portandola a oltre 2.000 miliardi di euro. Una mossa su cui, secondo quanto scrivevano ieri il Guardian e il Ft Deutschland, Parigi e Berlino avrebbero già trovato un’intesa. In questo modo si renderebbero disponibili i contributi necessari alla ricapitalizzazione delle banche dell’Eurozona: 60 o 70 istituti in tutto che  potrebbero contare su circa 100 miliardi di euro di denaro fresco. Il segnale verde di Angela Merkel e di Nicolas Sarkozy avrebbe fatto seguito alla presa di posizione  del premier francese Francois Fillon, che martedì scorso ha insistito sulla necessità che dal vertice di domenica arrivi il via libera al potenziamento del fondo anche per mettere in sicurezza l’Italia, e la stessa Francia col fiato sospeso per il possibile taglio del rating con la tripla A. Dopo le molte tiratine d’orecchie arrivate da Usa e Paesi Bric, l’Europa si appresterebbe a rinsavire. Meglio tardi che mai.