Quei muri che gridano il dramma dell’Ulster

Muri che raccontano. Disegni che tengono accesa la memoria storica, che hanno alimentato e continuano a nutrire l’immaginario di movimenti studenteschi e politici – anche a migliaia di chilometri di distanza – vincendo la più difficile delle battaglie: quella contro l’indifferenza, il silenzio della comunità internazionale, la controinformazione dei media. Rivoluzionari armati di bomboletta spray hanno denunciato la sistematica violazione dei loro diritti civili, le violenze e le angherie subite, senza mai rinunciare a colorare di speranza i muri delle proprie città. Perché la lotta indipendentista nordirlandese non si esaurisce nel terrorismo – attualmente c’è tregua, che non significa ancora pace – ma si tramanda nelle opere d’arte viva che animano le strade.
Nicola Guerra non s’è limitato a mettere insieme una galleria di immagini dei murales più suggestivi, tra l’altro facilmente reperibili su google. Si è recato nelle contee dell’Irlanda del Nord per osservarli nel loro contesto naturale. Ha parlato con artisti, associazioni locali ed ex militanti dell’Ira. Ne è venuto fuori un volume prezioso, da pochi giorni in libreria, L’IRA dei murales. Il linguaggio visivo nella lotta indipendentista nordirlandese a Belfast e Derry (Eclettica Edizioni, pp. 140, € 23), «il cui pregio – scrive Luigi G. De Anna nella prefazione – è quello di ritarare attraverso la scrittura murale, uno dei più originali mezzi contemporanei di espressione, un quadro completo delle istanze che a tutt’oggi vengono rivendicate dai nazionalisti nordirlandesi e che contribuisce a rinsaldare nel lettore un europeismo più solidale e rispettoso delle identità».
Amore per la propria terra e impegno politico sono gli ingredienti del fenomeno dei murales che, in Irlanda, si è sviluppato ben prima che nel resto d’Europa. Se nel vecchio continente è nato nei primi anni Ottanta con l’avvento della cultura americana dell’hip-hop, risale al 1969 il celebre “You are now entering Free Derry”. Perfettamete conservato. Perché anche la “manutenzione” ha una valenza politica. «Il fatto che i murales abbiano vinto la sfida del tempo – hanno spiegato alcuni artisti a Guerra – significa che avevamo ragione». Il fenomeno trova poi il suo apice espressivo in concomitanza con gli eventi tragici del Bloody Sunday di Derry – quando i paracadutisti inglesi, il 30 gennaio del 1972, aprirono il fuoco su inermi manifestanti uccidendo quattordici persone disarmate – e nel decennio successivo con il sacrificio degli Hunger Strikers, i giovani che si sono lasciati morire nelle carceri di Sua Maestà per protestare contro l’oppressione britannica (evocativo il murales che ritrae un sorridente Bobby Sands sulla parete della sede del Sinn Féin).
Le abitazioni diventano enormi tele offerte dai residenti. Tutto il popolo, del resto, partecipa. Lo sottolinea il murales in Hugo Street a Belfast: giovani che fronteggiano la polizia accanto a un’anziana signora con un mitra nella borsetta della spesa. Sempre a Belfast ce n’è uno dedicato a Joe Cahill, volontario dell’Ira a diciotto anni, schieratosi successivamente con la politica negoziatrice di Jerry Adams, e a Derry un altro che tratteggia una giovane Bernadette Devlin col megafono in mano. Sprezzantemente definita «Fidel Castro in gonnella» dai protestanti, Bernadette venne eletta dalla comunità cattolica, a soli ventuno anni, membro del parlamento. Personaggi “noti”. Il che non toglie che tutti possano diventare protagonisti sacrificando la propria individualità per l’Irlanda. Questo sembrano dire il ragazzo, rigorosamente “anonimo” e dotato di maschera antigas a coprirgli il viso, che impugna la molotov e il giovane lanciatore di pietre che, al riparo di una grata di fortuna,  fronteggia i blindati britannici. I primi piani ravvicinati stabiliscono una forte intimità tra il protagonista e il pubblico e trasporta chi osserva all’interno del contesto di guerriglia urbana che si muove alle spalle del giovane. Mai avulso da fatti realmente avvenuti: un monito affinché non vengano dimenticati. Spesso e volentieri, poi, la presenza dell’opera nel luogo esatto dell’avvenimento crea un effetto di reiterazione e rafforzamento della memoria storica collettiva e porta l’osservatore indietro nel tempo. Lo spinge a immaginare tali luoghi all’epoca dei fatti. E, se irlandese, a farsi militante.
La giovane età dei combattenti nazionalisti non è certo un dettaglio: «Evoca la lotta del nuovo contro il vecchio – sottolinea Guerra – e dell’arditismo giovanile e rivoluzionario contro l’imperialismo conservatore e la sua macchina bellica».
Una caratteristica, quest’ultima, che avvicina i writers nazionalisti irlandesi al movimento futurista italiano, fenomeni artistici-combattentistici entrambi elaborati alla stregua di un’idea politica e nel nome del rifiuto – come ha scritto Claudia Salaris – dell’arte per l’arte. Un’arte tesa non al raggiungimento del bello ma della giustizia sociale. «Come in Marinetti – scrive Guerra – c’è la mistica dell’azione in una concezione eroica e ottimistica della vita, il disprezzo del potere e del denaro, la religione della patria che rappresenta un superamento della famiglia, l’ottimismo verso il futuro, la figura della donna che indipendente e al pari dell’uomo opera per la comunità, il patriota concepito come rivoluzionario che vince l’egosimo assenteista, la patria come generosità dell’individuo verso gli esseri umani della comunità». Nel “Manifesto della pittura murale” redatto da Mario Sironi nel 1933 e sottoscritto tra gli altri da Campigli, Carrà e Funi, non a caso si legge: «L’artista deve rinunciare a quell’egocentrismo che, ormai, non potrebbe che isterilire il suo spirito e diventare un’artista militante, cioè un artista che serve un’idea morale e subordina la propria individualità all’opera collettiva». Lasciandoci, in alcuni casi, persino la pelle: nel 1980 un poliziotto inglese uccise un giovane artista sostenendo (sic!) di aver scambiato il pennello per una pistola.
Un eroismo sacrificale che ha conquistato più generazioni di ribelli, ben oltre i confini irlandesi. «Vivemmo il mito di quelle donne e quegli uomini che, rigettando la facile vita in cui si adagiavano nel continente buona parte dei loro contemporanei – spiega De Anna – mettevano a rischio tutto quanto avevano, beni, affetti e perfino la vita, per un ideale. Il fascino del loro coraggio si univa a quello della loro terra e di quel popolo che sentivamo per religione e carattere tanto simile alla nostra».
Una vicinanza particolarmente sentita per la giovane destra degli anni Sessanta e Settanta. «Nel mio ambiente – racconta ancora De Anna – l’Irlanda si legava alla grande tradizione celtica e cioè la sua lotta non era solo un fatto di localismo ma affondava le sue radici  nella comune identità europea, in larga parte fondata proprio sulle radici celtiche delle nostre lingue, della nostra cultura e della nostra spiritualità. Il cattolicesimo che identificava l’essenza dell’indipendentismo nordirlandese era una religione da uomini, qualcosa di molto diverso dalla imbelle religiosità da democristiani del dopo Concilio Vaticano II. Il movimento Giovane Europa, ad esempio, sorto nel 1963 e assertore di una Europa equidistante dagli imperialismi sovietico e americano, si fregia anche a livello simbolico della croce celtica, come incarnazione di un europeismo socialista ed anche della vicinanza alla battaglia identitaria dei cattolici nordirlandesi. Se è deplorevole l’uso indiscriminato e terroristico della guerra – conclude – non lo è resistere quando essa è praticata in maniera crudele e sistematica contro di noi, come fu nell’Ulster da parte di orangisti e truppe inglese di occupazione».