Preferenze, la svolta di Berlusconi

“Siamo milioni e un unico Dio/un grande coro e dentro ci sono anch’io/e il movimento verrà naturale/per chi avrà responsabilità nzionale”. Rime baciate su cui Mogol storcerebbe il naso e che Mina non implorerà di cantare, ma che alla convention di Domenico Scilipoti – Mimmo per gli amici, Mimmuzzo per i più intimi come Silvio – sono sufficienti a scaldare la platea quando sul palco salgono lui e il premier, a ugole spianate. Prima parte l’inno del Movimento, poi quello di Mameli, che Scilipoti e Berlusconi cantano insieme, accompagnati da una vera banda. È l’apoteosi di una mattinata di gloria per la star dei “responsabili”, l’ex deputato dell’Idv che ha mollato Di Pietro per sostenere il governo e che da quel giorno con Berlusconi è pappa e ciccia.

La star che vuole un partito

All’Auditorium l’assise dei “Movimento di responsabilità nazionale”, nato per salvare il premier a dicembre, si trasforma in un happening gioioso con propositi importanti: «Ora diventiamo partito», annuncia Scilipoti. Interviste a destra e a manca, poi Mimmuzzo si ferma a salutare i fan: stringe mani, si mette in posa per gli autografi. All’ingresso c’è un banchetto dei libri per lo “Scilipoti pensiero”. Tra donne in tacchi a spillo e attori del ‘Commissario Rex, di certo non ci si annoia. Quando arriva Silvio, il clima è surriscaldato e ci scappa anche una mezza standing ovation.

Berlusconi, dall’Inno alle riforme

 «Ti chiedo scusa Mimmo perchè ti ho costretto ad un exploit oratorio più del previsto, io ero impegnato in una serie di incontri che pensavo finissero prima…». Berlusconi esordisce così al congresso dell’Eur ma dopo le canzoni e il duetto scherzoso, il premier si fa serio e parla a braccio per qualche decina di minuti. Come al solito, ne ha per tutti, se la prende con lo strapotere della Magistratura democratica e denuncia «una Corte costituzionale formata in maggioranza da giudici di sinistra». Poi rilancia:«Bisogna cambiare l’architettura costituzionale. Non l’ho fatto fino adesso perchè l’unica mia colpa è che non sono riuscito ad ottenere oltre il 51% dei consensi». Il passaggio più importante è sulla riforma della legge elettorale. Berlusconi sottolinea come l’un aspetto da cambiare sia il premio di maggioranza regionale al Senato: «Calderoli ha dato un giudizio negativo al porcellum – aggiunge – perchè la legge fu cambiata da Ciampi, che pretese in base ad una interpretazione personale della Costituzione, di frazionare a livello regionale il premio di maggioranza e nel Senato facendo cadere così le ragioni di un premio di maggioranza che viene dato per garantire la governabilità. Oggi la legge garantisce governabilità alla Camera, ma non al Senato». Però, sottolinea il premier, è necessario cambiare anche sulle liste bloccate, come già aveva proposto tre giorni fa, sul Secolo, Ignazio La Russa: «I cittadini – ha detto Berlusconi – firmando in un milione e settecentomila il referendum sul fatto di reintrodurre le preferenze, ci hanno dato un’indicazione assolutamente chiara di questa volontà. Quindi credo che nella legge esistente dobbiamo introdurre una variante che consenta ai cittadini di scegliere candidato su candidato».

Gli elogi a Napolitano
Silvio Berlusconi, al congresso dell’Mrn, ha poi elogiato il comportamento di Giorgio Napolitano: «Quando c’è un Capo dello Stato intelligente e puntuale come quello che abbiamo oggi, l’intervento è sempre qualcosa di molto preciso», ha detto il presidente del Consiglio, a proposito del vaglio da parte del Colle dei provvedimenti. Ma non è dello stesso avviso su tutti gli altri, a cominciare dai giudici e dagli esponenti dell’opposizione: «In questi 18 anni non mi hanno fatto mancare nulla. Aggressioni politiche, giudiziarie di cui sono il recordman e anche fisiche perchè se quella statuetta del Duomo invece che sulla guancia l’avessi presa in un’altra parte del viso sarei sotto terra». 

Tra amarcord e orgoglio

Berlusconi s’è lanciato poi in un amarcord sul suo ingresso in politica: «Nel ’93 insieme ad altri matti decidemmo di dare vita ad un partito politico perchè dopo il golpe giudiziario che aveva spazzato via i cinque partiti della democrazia occidentale, dovevamo evitare che il potere e il governo andasse in mano ai comunisti ortodossi del Pci». E prosegue: «Alle elezioni del ‘94 -parlai con i sopravvissuti che non erano stati colpiti dai provvedimenti dei pm di Milano per vedere se si riusciva ad andare alle elezioni insieme sotto un unico simbolo, ma non fu possibile raggiungere un accordo e quando Giuliano Urbani mi portò un sondaggio in cui il Pci in base alla legge elettorale di allora avrebbe preso il 70% dei seggi decisi di lasciare la mia professione e scendere in politica. Ebbi tutti contro, a partire dalla mia famiglia che mi metteva in guardia su tutto quello che avrebbero potuto dire contro di me». Berlusconi ha ricordato la cena in cui decise di «scendere in campo» per impedire che i «comunisti» prendessero oltre il «70% dei seggi in Parlamento». I suoi amici e parenti, ha ricordato il Cavaliere, erano contrari. Per cercare di dissuadermi «mi dissero: “Te ne faranno di tutti i colori, ti verranno addosso con la loro stampa, con la televisione, con i giudici”. Tutto ciò che è poi puntualmente avvenuto».