Maschi=Femmine? conserviamo le differenze…

Le differenze di genere? Sono solo un pregiudizio. Ad affermarlo è una giovane psicologa, Cordelia Fine, che con il suo studio Delusions of Gender  – ora tradotto in Italia per iniziativa della casa editrice Ponte alle Grazie con il titolo Maschi=Femmine (pp. 390, € 22)  – ha conquistato la stampa Usa e anche parte del mondo scientifico. La premessa da cui si parte è che Ginger Rogers faceva le stesse cose di Fred Astaire, «ma all’indietro e sui tacchi alti». Quando dall’esempio si passa alla spiegazione della tesi, l’autrice rileva come non sia vero che vi siano campi di applicazione preclusi alle donne, solo che sulle menti femminili incombe la minaccia delle stereotipo e ciò incide negativamente sulla performance.
Ancora più illuminante, a questo proposito, è l’esempio tratto dal libro Sympathy and Science di Regina Markell Morantz-Sanchez, nel quale si racconta l’esperienza in sala operatoria di una giovane studentessa di Medicina: «Mentre la raccapricciante operazione proseguiva strinsi i denti, serrai le mani e tenni duro. Accanto a me vi era una studentessa più anziana. La vidi diventare di un pallore verdognolo e barcollare leggermente. Infrangendo l’etica della sala operatoria, in cui vige la regola del silenzio, le sussurrai all’orecchio: “Non osare svenire”… Le due studentesse non persero i sensi e così non disonorarono il sesso femminile». Svennero invece tre uomini, ma se fosse capitato alle ragazze di svenire il loro caso sarebbe diventato una sorta di prova inconfutabile dell’inadeguatezza dell’intero sesso femminile nell’applicarsi alla chirurgia.
Ma non sono solo psicologi e sociologi a pensare che esistano differenze di genere. Anche la biologia concorre al formarsi di questa mentalità. Eppure, avverte Cordelia Fine, gli scienziati dello sviluppo sono pronti a spiegarvi che «i circuiti del cervello sono, letteralmente, il prodotto del nostro ambiente fisico, sociale e culturale, oltre che del nostro comportamento e dei nostri pensieri. Ciò che viviamo e che facciamo crea un’attività neurale che può alterare il cervello». In pratica il fenomeno sociale del genere diventa parte della nostra «biologia cerebrale». Ma qual è allora la realtà? «Guardatevi intorno – scrive la Fine – la diseguaglianza di genere che vedete è dentro la vostra mente, proprio come lo sono quelle credenze culturali realtive al genere che tutti noi consociamo: si annidano nel caotico groviglio delle associazioni mentali che interagiscono con il contesto sociale». In pratica, il contesto determina le associazioni legate al genere e dà il via ai comportamenti che la società si aspetta dai due sessi. La mente di bambine e bambini è pervasa da una rete di atteggiamenti sociali che fanno loro acquisire, fin dalla più tenera età, le categorie del genere. «Come potrebbero ignorare il genere quando lo guardano, lo ascoltano, lo vedono, lo indossano, ci dormono dentro, se ne cibano di continuo? Sono le nostre menti, la società e il neurosessismo a creare la differenza. Insieme “cablano” il genere, ma questo cablaggio non è strutturato rigidamente. È flessibile, malleabile e mutabile. E, se ci crediamo davvero, continuerà a sbrogliarsi». Per arrivare dove? Per prendere atto, annota ancora la Fine, delle conclusioni cui è giunto William James: «Un uomo possiede tanti Sé sociali quanti sono gli individui che lo riconoscono e ne portano nella mente un’immagine». Così la maggioranza delle persone sintonizzano socialmente la valutazione di se stessi per adattarsi alle opinioni altrui: vista la questione da tale punto di vista si può giungere addirittura al paradosso per cui chi si adatta al genere è in realtà un conformista mentre chi se ne discosta consapevolmente è uno “spirito libero”.
In pratica la tesi non è una novità e sembra ricalcare perfettamente il famoso assioma di Simone de Beauvoir secondo la quale donne non si nasce, lo si diventa. Le bambine sono caricate di aspettative “di genere” prima ancora che vengano al mondo: le madri sognano di portarle a danza, di acconciarle con abitini e nastrini, di sommergerle in nuvole di tulle rosa. E per i maschietti non va meglio: la loro nascita è per i padri motivo di orgoglio che rafforza la loro identità e in qualche modo ne conferma la virilità. Come si può sfuggire da questo contesto? Come si può pretendere di fornire ai bambini un’educazione neutra se queste sono le rappresentazioni che la società fornisce dei due sessi?
Il punto però è un altro: se le differenze di genere fossero inesistenti le donne sarebbero più felici? Sarebbero davvero libere di costruire in modo più dinamico la percezione di sé? O non sarebbero piuttosto private di una base di partenza rispetto alla quale modulare scelte e decisioni? Le differenze di genere infatti, al di là del loro fondamento scientifico, non sono solo un ostacolo alle pari opportunità a causa di una società che ha ereditato antichi schemi di sottomissione del “sesso debole”, ma possono diventare anche un’occasione per valorizzare le donne e le aspettative che l’intera società nutre rispetto al genere femminile. Se è condivisa l’idea che le donne siano più empatiche, meno egoiste, più sensibili, più dotate di creatività, più “commosse” rispetto alle sorti dell’umanità, più solidali rispetto agli altri, più adatte a prendersi cura dei propri simili, tutto questo può diventare un’enorme risorsa soprattutto in quei contesti sociali in cui la competitività e l’egoismo sono sovrani. Tutto questo può significare davvero una marcia in più nel campo della politica, del lavoro, delle relazioni familiari. Conviene alle donne debellare una volta per tutte le differenze di genere? Non è affatto scontato che questo sia un vantaggio. Anzi, potrebbe trasformarsi in un boomerang.