Ma dare credito a Moody’s non rimane più nessuno

Declassati. Dopo Standard & Poor’s anche Moody’s dà i voti al debito sovrano italiano e abbassa il rating (da Aa2 ad A2). C’era da aspettarselo. L’agenzia, infatti, aveva messo il nostro Paese sotto osservazione e si era preso un mese di tempo per stilare la pagella. Berlusconi, quindi, ha ragioni da vendere quando sostiene che il voto dato nella serata di martedì era atteso. Tanto atteso che i mercati, ieri, non ne hanno tenuto conto mantenendo un trend positivo (Milano ha chiuso in rialzo del 3,94 per cento, Francoforte del 4,91, Parigi del 4,33, Londra del 3,19). Bene lo spread tra i nostri Btp a dieci anni e il bund tedesco, sceso a 370,7 punti dai 375 di martedì. Anche i mercati, dunque, non credono a Moody’s. E non ci crede nemmeno la Commissione europea che ieri, dopo il declassamento, è stata lapidaria: «Il nostro giudizio sull’Italia non cambia». Pier Luigi Bersani, quindi, è in splendida solitudine quando si comporta da Cassandra, continua a gufare, immagina che c’è «un evidente problema di fiducia» e afferma che quella di Moody’s «è una mazzata» tremenda per il nostro Paese.

Valutazioni astratte

Guardando agli scenari reali si può dire che da una parte ci sono le cose concrete, dall’altra astratte valutazioni che ormai non convincono più nessuno. Troppi gli errori del passato, perché il presente delle agenzie di rating possa essere colmo di soddisfazioni e di apprezzamenti. Su di esse gravano gli interrogativi della Consob a livello nazionale (questa estate ha convocato le agenzie di rating) e dell’Esma (European securities and markets authority) con riferimento all’Europa. Senza contare le misure già assunte in Usa dalla Sec e i richiami del presidente Obama. Del resto guardando ai fondamentali dell’Italia non si capisce che cosa ci sia di diverso oggi rispetto a qualche settimana fa, se non il fatto che adesso sono operative due manovre economiche approvate in rapida successione per mettere in sicurezza i nostro conti e, in commissione alla Camera, si è iniziato a parlare di riforma dell’articolo 41 della Costituzione, che introduce nella Carta il pareggio di bilancio, come chiesto dal Patto Euro Plus e dalla lettera della Bce.
«L’Italia – ha detto Amadeu Altafaj, portavoce del commissario europeo agli Affari economici, Olli Rehn – ha preso seri impegni di consolidamento fiscale che vanno nella giusta direzione e che le permettono di arrivare al pareggio di bilancio nel 2013». «Queste sono le nostre valutazioni – afferma la Ue – e le manteniamo dopo Moody’s come già le avevamo mantenute dopo Standard & Poor’s». Stando così le cose, diventa forte la convinzione che il gioco al massacro, innescato dalle agenzie di rating e che va avanti ormai da troppo tempo, più che un mezzo concreto per definire la solvibilità degli Stati e delle società quotate in Borsa, sia un modo surrettizio per fornire un supporto agli speculatori. Un sospetto che trova conferma anche nella metodologia adottata per il declassamento dell’Italia. Moody’s prima ha annunciato la possibilità, poi ha sospeso il giudizio, quindi ha fornito il verdetto, ottenendo così il risultato di allarmare i mercati a più riprese e di fare il massimo del danno.

Speculatori all’attacco

Così, tirando le somme, non passa giorno senza che gli operatori abbiano in mano argomentazioni per speculare sui nostri titoli pubblici. Le agenzie di rating hanno così altro materiale per abbassare i loro voti e gli speculatori nuove motivazioni per giocare ancora al ribasso. Un circolo perverso che ormai sembra aver perfezionato i propri meccanismi. La logica ferrea è dimostrare che l’Italia è allo sbando, l’economia non tiene e la frana si avvicina, a causa di quelle che Moody’s definisce «le incertezze economiche e politiche» perché, udite, udite, la stessa agenzia ritiene che «può essere difficile raggiungere un consenso politico su tagli alla spesa aggiuntivi» che per ora sono del tutto ipotetici, perché nessuno li ha decisi. Tutto questo non per il rischio di default, definito «remoto», ma perché gli gnomi della finanza internazionale pensano che la vulnerabilità del nostro Paese sia «aumentata». Proprio nel momento in cui, dopo le manovre di questa estate, ci si accinge a varare i provvedimenti per lo sviluppo e a cimentarsi sulla riforma fiscale e su quella assistenziale.
Dice il Fondo monetario internazionale, che ieri ha presentato il proprio rapporto sulla Ue, che il problema dell’Italia, come del resto anche quello della Spagna, è la crescita. «E – suggerisce – il governo di Roma deve affrontarla con la stessa determinazione con cui risana i conti». Anche perché il Fmi non esclude affatto che il modesto sviluppo a livello mondiale, atteso per il 2012, si trasformi in vera e propria recessione. Almeno nel nostro Paese, perciò, il rigore c’é. Quello stesso rigore che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sollecita «nel governo delle economie europee», assieme a «solidarietà, coesione, attenta e coordinata governance di tutta la comunità internazionale».

Oligopoli collusi
L’accanimento dimostrato dalle agenzie di rating nei confronti dell’Italia francamente non si spiega se non in termini politici. Ma un valutatore tecnico non dovrebbe fare politica e – soprattutto nel caso di Moody’s e Standard & Poor’s – dovrebbe stare molto attento a quello che fa, visto che certi armadi sono stracolmi di scheletri che sarebbe meglio restassero dove sono. Il caso di Parmalat, gratificata con la tripla A appena la sera prima del fallimento, e quello di Lehman Brothers, oggetto più o meno dello stesso trattamento prima del botto definitivo, bastano per capire di che cosa si tratta. Ferruccio De Bortoli in un articolo sul Corriere della Sera ieri parlava di «oligopolio a volte collusivo»  individuato come uno dei maggiori responsabili della crisi finanziaria. E argomentava: il declassamento di Moody’s (tre gradini in una volta) ci avvicina pericolosamente alla Grecia. Francamente troppo per un paese come l’Italia: tutti sanno che le nostre condizioni sono molto diverse. Stiamo mille volte meglio: da noi il risparmio privato è molto alto; in Europa siamo superati solo dalla Germania per la forza dell’industria manifatturiera; abbiamo un patrimonio pubblico di oltre 1.800 miliardi di euro, contro un debito di 1.911; la nostra ricchezza pro-capite e tre volte superiore a quella della Spagna a cui i mercati sembrano riservare un trattamento migliore. Perché tutto questo? È evidente: perché la grande finanza, come la magistratura, le opposizioni, la Cgil e la gran parte dei poteri forti e delle lobby lavorano per la spallata al governo. Poi, allontanato Berlusconi da Palazzo Chigi, le cose andranno anche peggio. Ma a quel punto sarà troppo tardi per tornare indietro. Il centrosinistra avrà realizzato con gli inciuci quello che non è riuscito a fare con la gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria.