Lerner arruola contro Silvio i figli di papà (comunista)

È proprio il caso di dire: ma guarda che “figli di”. Siamo nel salotto (in tutti i sensi) di Gad Lerner in diretta lunedì sera su La7. Puntata che ha come oggetto del contendere – quasi fosse ormai oggetto del messale – il governo di Silvio Berlusconi, questa volta alle prese con quella che viene definita la “tirata d’orecchie” del duo Sarkozy-Merkel. Fin qui – passateci l’espressione – tutto “nella norma”. Così come l’aria crepuscolare ed algida che si respira nello studio e lo sguardo spiritato del conduttore.
La cosa particolare, però, questa volta è la scelta degli ospiti di Lerner. Certo, nulla di strano che in studio ci fosse un’economista liberale spesso e volentieri critico con l’esecutivo come il bocconiano Francesco Giavazzi (che da fan di Prodi s’era trasformato nel suo principale accusatore durante il periodo oscurantista dei Turigliatto al governo…) o il sindacalista di turno della Fiom, questa volta rappresentata da Giorgio Airaudo. Ma attenzione, scanso equivoci, per mettere un po’ di sale nel dibattito interno tra anti-berlusconiani, c’era anche l’immancabile giornalista del Fatto quotidiano, Vittorio Malagutti. Ma non basta: in nome della meritocrazia e dell’autonomia di pensiero, chi ti ritrovi a fare la morale al governo sulle scelte economiche? Alcuni dei rampolli della buona borghesia politica della gauche italiana. Già, che a pontificare sui guai dell’esecutivo – al grido di «l’Italia è un problema per tutti» – ci fossero (per le tre interminabili ore del talk show) alcuni dei figli di papà della sinistra politica ed economica ci è sembrato davvero troppo. Un esempio? Nel ruolo di bacchettatrice c’era, ad esempio, Lucrezia Reichlin, professoressa alla London Business School e consigliere d’amminstrazione di Unicredit. Ma la Reichlin non è solo una professoressa nell’ateneo più cool dei finanzieri, ma è la figlia del più famoso Alfredo Reichlin, giornalista e deputato prima comunista e poi diessino per la bellezza di nove legislature (alla faccia del ricambio generazionale). Niente di male, ma scoprirla più critica di un “indignado” di piazza o di un Bertinotti vecchia maniera, nei confronti del governo, non ha colto nessuno di sorpresa.
Ma c’è di più. Perché a ragionare sulle misure per uscire dalla crisi è stato invitato anche Dario Cossutta, figlio del comunistissimo Armando. Bene, Cossutta – oltre a essere un “figlio di papà” – uno che dice in diretta che «la speculazione non è né buone né cattiva, è fisiologica» – è stato anche uno dei responsabili del disastro di Sviluppo Italia, il carrozzone voluto fortemente dal “professor” Romano Prodi e sul cui lancio ai tempi la grande stampa lanciò grida di entusiasmo. Bene, sui frutti di questa operazione basta il commento di un esperto indipendente come Roberto Perotti, professore alla Columbia University di New York, che ai tempi scriveva senza mezzi termini: «Finora tutti i programmi di Sviluppo Italia sono rimasti sulla carta. Ma non sempre saremo così fortunati … i suoi dirigenti potrebbero decidere finalmente di fare qualcosa. E allora sarebbero veramente dolori per tutti». Come dire, un nome di garanzia per parlare di sviluppo. In studio poi c’era anche “l’economista di sinistra” (come lei stessa si definisce) Laura Pennacchi che – sorella di Antonio Pennacchi, vincitore del premio Strega con quel gioiello di Canale Mussolini ma recentemente impegnato in politica con la fallimentare lista dei fasciocomunisti – è stata pur sempre sottosegretario con il governo guidato Prodi.
La Pennacchi però è stata presentata dal conduttore come uno dei protagonisti del nostro ingresso nell’euro (del cui cambio di moneta deciso a sfavore del nostro Paese tutti gli italiani sappiamo essere eternamente “grati”).
Non poteva mancare, poi, una rappresentanza del gruppo più confusionario, contraddittorio e strampalato del momento: gli “indignados”. In rappresentanza di questi è arrivato da Lerner uno dei guru del movimento Samir Amin, che s’è spinto fino a leggere un ardito collegamento tra rivolte arabe e crisi del capitalismo. Sempre in tema c’era anche Ugo Mattei, presentato come l’economista dei movimenti. In effetti Mattei lo troviamo impegnato in tutte le campagna possibili e immaginabili: l’ultima quella sul referendum sull’acqua. E, soprattutto, è stato allevato in università e centri di ricerca d’elite, tra cui Berkeley: paradossalmente, è toccato a lui difendere Berlusconi (al quale ha comunque riservato parole di disprezzo) dalle “ingerenze” delle istituzioni finanziarie e monetarie europee, teorizzando una svolta anti-europeista dell’Italia. Tutto sommato, proprio Mattei è sembrato essere il meno fazioso, dato che per lo meno ha dichiarato di avere paura di governi tecnici e tecnocratici (così “evocati” dall’aria dello studio).
Questi sono alcuni dei nomi degli ospitati nella trasmissione di punta di La7. Molti dei quali – come abbiamo visto – tutt’altro che provenienti “dal basso”, tutt’altro che espressione della “società”, tutt’altro che rappresentanti novità. Ma il più delle volte espressione di vere e proprie caste economiche e politiche che strizzano l’occhio (anzi a volta anche i due occhi) ai poteri che in questo momento mettono in discussione l’autonomia della politica rispetto ai diktat della finanza.
Oltretutto questa volta l’abile Gad – di solito attento al bon ton televisivo – non ha pensato di mettere a confronto nessuno che in qualche maniera (anche quelle pittoresche che fanno comodo ali conduttori d’opposizione). Nemmeno uno Stracquadanio a fare da parafulmine a tutti gli strali. Nemmeno un leghista a fare da contraltare alle stesse scelte del governo in tema di pensioni. Niente. Solo una lezioncina antigovernativa a più voci su come risollevare l’Italia. E se i maestri che ci aspettano sono questi “figli di papà comunisti”…