Leghisti come star in Transatlantico

«Allora, lo fate cadere o no?». Primo pomeriggio, Transatlantico della Camera, ore convulse, a Palazzo Grazioli fervono le trattative, manipoli di parlamentari vagano alla ricerca di notizie, c’è aria da giorno del giudizio, i leghisti si muovono in branco, guai a isolarsi. Lo fa Luciano Dussin, che esce nel giardinetto a fumare una sigaretta e si ritrova i parlamentari dell’opposizione che a turno lo braccano, sentono l’odore del sangue, già pregustano il bunga bunga politico sulle ceneri del Cavaliere. Il trevigiano esperto di alberghi e catering simula una telefonata, poi rincula leggermente, quindi divaga: «Mah, vediamo, dipende, sai, le pensioni di anzianità sono importanti, vediamo, lo scalone, però la Germania…». «Sì, va bene, ma Berlusconi cade o no?». «No, ma nel senso che…». Solo un modo per sfuggire all’assedio, che sarebbe ricominciato da lì a poco con altri, perché Dussin ieri era solo uno dei tanti leghisti che alla Camera ha vissuto un giorno di straordinaria gloria politica, in attesa che i capi sciogliessero le riserve sul futuro del governo Berlusconi. Da Reguzzoni in giù nessuno, nel Carroccio, in realtà aveva la minima idea di come sarebbe andata a finire. Lo stesso capogruppo si aggirava tra la buvette e il corridoio negandosi ai giornalisti e comunicando a gesti con i suoi parlamentari. «Ecco, vedi, ha ruotato le le mani, come a dire, “dopo, dopo, non si sa ancora nulla”», spiegava un pingue parlamentare dall’aria paciosa, Marco Desiderati, sindaco di un comune brianzolo di ottomila abitanti, Lesmo. L’ordine di scuderia è di non sbilanciarsi su nulla, ma di glorificare il leader, Bossi, alle prese con un braccio di ferro con Maroni, più propenso alla spallata e a un anno di campagna elettorale da fare tutta sul tema delle pensioni difese dalla tagliola di Berlusconi. La consegna, ovviamente, è di negare anche questo. Desiderati si dichiara inizialmente all’oscuro degli sviluppi della situazione, ma quando attacca, non lo ferma più nessuno. Lui ha un’idea particolare della crisi politica della maggioranza, la considera figlia di una stategia che arriva dall’estero, dall’Europa, si spinge fino ad ipotizzare una regìa silenziosa per buttare giù Berlusconi: «Ma scusate, dalla Ue ci vogliono imporre l’unica cosa sulla quale la Lega non cederà mai, visto che Bossi per tutta l’estate ha girato la Padania per dire che le pensioni non sarebbero state toccate. È evidente che questo pressing nasce per mandare a casa Berlusconi…». Lì vicino Giacomo Chiappori, originario di Imperia ma baffo padano da Birra Moretti,sobbalza all’ipotesi che in realtà la regìa silenziosa sia all’interno della Lega, magari per disarcionare Bossi: «Non esistono guerre con Bossi, noi siamo tutti con lui, io non mollo l’unico che vent’anni fa mi ha promesso la rivoluzione del federalismo!», s’infervora, prima di avventurarsi in una metafora sulla nave che affonda e sulle falle da coprire prima che sia troppo tardi. «Le pensioni? Tagliamole a chi non paga i contributi, invece…», lo incalza il cremonese Alberto Torazzi, che in Transatlantico improvvisa un comizio sul valore legalitario dei pensionati del nord che pagano fino all’ultimo e ricevono meno di altri, tipo dei meridionali, dice, con un esempio a caso. Poi si guarda intorno, scopre di avere una platea di una decina di persone e un po’ si spaventa. «Io non lo conosco, eh!», lo sfotticchia il buon Desiderati. Ma i leghisti, al di là degli slogan, sono pronti ad ammettere che mollare Berlusconi in fondo gli dispiacerebbe: «Bossi ce lo dice sempre. Silvio ha votato e fatto votare qualsiasi provvedimento nostro abbiamo portato in aula. Con chi altro potrebbe accadere la stessa cosa?».  Desiderati, però, nega che un eventuale tracollo della maggioranza spazzerebbe via anche la Lega: «Ditemi che posso andare a fare campagna elettorale dicendo che ci siamo opposti al taglio delle pensioni che voleva Berlusconi e mi fate un grande regalo. Ma non credo che Berlusconi sia così stupido da servirci questo assist».