«Le guerre? Le fanno anche le democrazie»

Sugli insegnamenti e sulla valutazioni che possiamo trarre oggi da quel conflitto di cento anni fa, abbiamo sentito l’opinione dello storico, scrittore e giornalista Fabio Andriola, direttore della rivista Storia in Rete e autore, tra gli altri, del libro Appuntamento sul lago, dedicato agli ultimi giorni di Benito Mussolini.

Cosa ci ha lasciato cento anni dopo la quasi dimenticata guerra italo-turca?

Non è affatto dimenticata, almeno a giudicare da come viene ricordata ancora oggi dagli sbadati, e certo involontari, professionisti della falsificazione storica. Sul numero del 12 agosto del Venerdì di Repubblica si ricorda il conflitto con queste testuali parole: «Cento anni fa l’Italia fascista aggredìva il Paese nordafricano». Insomma, ignoranza, lapsus freudiano o poca stima nella preparazionedei lettori di Repubblica, fatto sta che queste frequenti gaffe dimostrano lo scarso spessore dell’antifascismo culturale italiano.

Forse il fascismo, novant’anni dopo, fa ancora paura…

Potrebbe fare paura se esistesse ancora, ma non esiste più, è finito nel 1945. La verità è che purtroppo ci sono alcuni poteri forti, non solo italiani, che hanno interesse a distorcere la storia per dimostrare che solo loro sono i bravi, i buoni, gli onesti: i manichei della disinformazione.

Ma sulla guerra del 1911 non si può fare disinformazione…

Eppure l’hanno fatta e ancora la stanno facendo. In quel periodo c’era a capo del governo italiano tale Giovanni Giolitti, liberale e democratico, e questo dimostra che le guerre non le fanno solo le dittature, né che il colonialismo discenda direttamente da queste. Le guerre le fanno anche e direi soprattutto le democrazie.

Eppure quella fu una guerra coloniale.

Non è vero. Fu una guerra contro un nemico storico dell’Italia e dell’Europa, l’Impero Ottomano, che nei secoli scorsi aveva minacciato da vicino le porte del Vecchio Continente e non solo le porte. Poi ce lo ritrovammo contro nella Grande Guerra, ma non nella Seconda guerra mondiale perché la Turchia non vi partecipò. Quanto alle colonie, il problema è sempre quello, senza chiarire il quale non possiamo compiere una serena analisi storica. Non possiamo guardare il 1911 con i parametri del 2011. Allora le potenze europee avevano tutte delle colonie. A inizio secolo scorso l’Europa si stava riposizionando e l’Italia, neonata nazione, seppe inserirsi con successo in quel contesto. La Francia teneva saldamente molte regioni del Maghreb, tra cui la Tunisia, l’Inghilterra era stabilmente posizionata accanto alla Cirenaica con l’Egitto e il Sudan.

Fu una prova di forza del Regno d’Italia, insomma?

Non una prova di forza ma una dimostrazione che un popolo che sino a mezzo secolo prima era diviso fra molti Stati seppe riconoscersi nazione e ritagliarsi un posto in prima fila tra le potenze europee, confermando un trend di crescita per affermare il suo ruolo, certo sempre nell’ottica di quel tempo, di potenza militare e territoriale. Quindi dobbiamo oggi, a 150 anni dall’Unità d’Italia, essere orgogliosi di quell’azione. Fu da parte nostra una dimostrazione di vitalità ed efficienza di un Paese che aveva bruciato le tappe dello sviluppo e che le avrebbe bruciate ancore negli anni a venire.

Nell’Impero Ottomano poi erano in corso profondi mutamenti.

Certo, era un Impero in fase terminale. Dopo le vicende che videro protagonisti i Giovani Turchi e dopo la Prima guerra mondiale ci fu la detronizzaazione di Maometto VI, ultimo sultano dell’Impero e centesimo Califfo dell’Islam. Maometto VI, a riprova che la Turchia non serbava rancore contro l’Italia, venne a trascorrere i suoi ultimi anni di vita in esilio a Sanremo, dove morì nel 1926.

Però la repressione della resistenza libica da parte nostra non fu tutta rose e fiori…

Certo che no. Ma vorrei togliere di mezzo la vulgata, peraltro recente e faziosa, secondo la quale l’Italia fu crudele con i popoli colonizzati. Noi alcune volte ci siamo comportati meglio e sicuramente mai peggio di come si comportavano le altre potenze coloniali. La maggioranza dei libici peraltro stava con noi, una minoranza invece, foraggiata da altre nazioni europee, ci era contro. Comunque, se l’Italia fosse stata così crudele, certo non avrebbe mai visto inquadrati nel suo esercito le truppe coloniali, gli ascari eritrei, la cavalleria libia e altri corpi che sempre si distinsero per valore e fedeltà. Una cosa è certa: la Libia l’abbiamo lasciata meglio di come l’abbiamo trovata.

Tra pochi giorni “Storia in rete” si occuperà della guerra di Libia…

Sì, usciremo con un dossier di oltre venti pagine. E a proposito, vorrei concludere con una frase di Giolitti che mi sembra adatta a questi tempi: «La politica estera non puo dare luogo a divisioni di partiti, ma deve essere dominata da un solo pensiero che ci unisce tutti, quello della patria, perché i ministri passano, ma i grandi interessi della patria sono permanenti».