La Russa: le preferenze, perché no?

Non è difficile accorgersi che è in atto un tentativo di utilizzare, strumentalizzandone, le tante firme a sostegno del referendum sulla legge elettorale al fine di accreditare la tesi che l’opinione pubblica chieda una legge elettorale completamente diversa dall’attuale del cui contenuto però, non si precisano né i contorni né tanto meno gli obiettivi.
In realtà coloro che hanno firmato il referendum sono d’accordo su un solo punto preciso: la necessità che a scegliere i parlamentari non siano più solo le segreterie dei partiti politici. La vecchia diatriba sulle “preferenze sì” “preferenze no” sembra risolta, nell’opinione pubblica (a torto o a ragione) a favore della necessità che siano i cittadini a poter scegliere direttamente tutti o almeno larga parte degli eletti. Come d’altronde avviene nel Parlamento europeo e nei consigli regionali e comunali.
Personalmente credo che tale aspirazione sia in questa fase non solo ineccepibile ma anche non contrastabile. Si tratta semmai di evitare che questo convincimento, largamente diffuso tra gli elettori, diventi una sorta di cavallo di Troia per far penetrare nel nostro ordinamento una legge elettorale finalizzata ad altri scopi. In particolare bisogna evitare che, a fronte del diritto di scegliere gli eletti in Parlamento, si possa togliere al cittadino elettore il diritto, faticosamente conquistato, di scegliere prima di tutto il Presidente del Consiglio e, con lui, la coalizione che lo appoggia e, infine, il programma elettorale che s’impegna a realizzare.
Ancor peggio, nascondendosi dietro le firme referendarie, qualcuno potrebbe immaginare una nuova legge con cui a vincere non sia più la coalizione che ha più voti. Cosa invece necessaria e sufficiente con l’attuale legge che ha fatto vincere prima Prodi e poi Berlusconi e che, semmai, sarebbe migliorabile nel meccanismo del premio di maggioranza al Senato.
In sintesi: occorre non lasciare la rappresentanza di  questo diffuso sentimento popolare a chi vuole usarlo come un grimaldello per sottrarre agli italiani la conquista del bipolarismo e, peggio ancora, restaurare il potere dei partiti di decidere, dopo le elezioni, come accordarsi e quale Presidente del Consiglio nominare anche a dispetto degli elettori. Come avveniva quando i governi duravano 6 mesi e le maggioranze si stabilivano nelle segrete stanze del potere.
In conclusione quindi occorre formulare una proposta chiara per sventare questo tranello. Una proposta che abbia in termini pratici il pregio della effettiva realizzabilità già in questa legislatura.
Da tempo con Mimmo Nania e altri ne abbiamo formulato una assai semplice, mi aspetto che arrivino risposte precise e non fumose. Da parte dell’opposizione.  E non solo. Eccola: per consentire ai cittadini di scegliere direttamente la maggior parte dei parlamentari sarebbe sufficiente un solo emendamento che, intervenendo sulla legge elettorale in vigore stabilisca che i 2/3 (o altra diversa percentuale) degli eletti siano frutto di scelta mediante voto di preferenza. La restante quota di eletti verrebbe scelta in base a lista bloccata (come d’altronde avveniva anche nella legge “Mattarellum”). In tal modo le due esigenze sarebbero salvaguardate. E troverebbe soprattutto risposta l’esigenza che è alla base delle tante firme per il ricorso allo strumento referendario che, a quel punto, prima ancora che giuridicamente, cesserebbe di costituire una necessità politica.