La fronda nel Pdl? Una partita a scacchi

Nessuno crede davvero che possa essere proprio Scajola, magari a sua insaputa, a far cadere il governo Berlusconi, ma in pochi se la sentono di replicare con toni ultimativi alle minacce che arrivano dalla sua corrente, più o meno consistente. Lo stesso segretario del Pdl, Angelino Alfano, che ieri ha visto il premier e che oggi incontrerà l’ex ministro dello Sviluppo, ha ben chiari i motivi dell’alzata di scudi di quella parte di scontenti che si è allineata alle posizioni critiche di Scajola e Pisanu. E forse sa anche come disinnescarli, visto che anche il documento “frondista” non ha ancora visto la luce e forse non la vedrà mai.

Come parlare nel Pdl
Il primo bersaglio è proprio lui, il delfino di Berlusconi, al quale il gruppo degli scajoliani riserva un fuoco indiretto sparando sul premier per costringerlo ad alzare le barricate in sua difesa, svelandone la sua presunta fragilità in assenza del suo mentore. Il secondo motivo è da ricercare nella necessità di Scajola & company di scavalcare al centro quei ponti che lo stesso Alfano sta costruendo col Terzo polo, offrendo ai futuri alleati lo scalpo del Cavaliere. Il terzo motivo di ostilità dei dissidenti, che lasciano trapelare ipotesi di sgambetti già nei voti di metà settimana sulle intercettazioni, è da ricercare nel prossimo varo del decreto Sviluppo, nel quale hanno disperatamente bisogno di mettere lo zampino avendo perso, negli ultimi anni, gran parte del potere contrattuale all’interno del governo, quello che gli garantiva un ruolo di interlocuzione con i propri gruppi politici di riferimento: settori del mondo imprenditoriale che si muovono nel sottobosco della politica, in parte emersi anche nelle inchieste che hanno coinvolto il deputato ligure. Ecco perché  Scajola e i suoi hanno una gran voglia di sedersi al tavolo (non quello interministeriale presieduto da Romani, non propriamente amico) per trattare con Alfano prima e con Tremonti poi, un ruolo attivo nel varo del provvedimento con il quale verranno liberate risorse e incentivi da destinare a settori e categorie specifiche.

La testa di Berlusconi
«Ali Babà ne aveva quaranta…», commenta con una battuta il ministro della Difesa Ignazio La Russa a chi gli domanda se sia preoccupato dai circa 40 frondisti che potrebbero mettere in difficoltà la maggioranza di governo. «Siamo molto preoccupati dalla situazione economica, non certo per le notizie che rimbalzano sui frondisti», ha spiegato ancora. «Il Pdl ha avviato un dibattito anche al suo interno, franco e sincero, ma la prosecuzione dell’azione del governo Berlusconi è fondamentale per evitare che prevalgano forze minoritarie nel Paese e assolutamente antitetiche alle scelte valoriali ed economiche che oggi sono indispensabili per l’Italia», commenta il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri. Sul movimento di parlamentari interni al Pdl che fa capo all’ex ministro Claudio Scajola, anche il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto si dichiara tranquillo perché «secondo me – afferma – c’è la normalità di un confronto politico».

I limiti del partito
La vicenda scajoliana, però, dimostra tutti i limiti di un partito che da tre anni è alla ricerca del salto di qualità post-adoloscenziale e insegue, al ristorante, in tv o sui giornali, quegli spazi di confronto che non trova nelle sedi opportune. Un partito vero ma virtuale, il Pdl, strutturato al vertice con una gerarchia piramidale ben definita, ma che non offre luoghi intermedi di confronto, costringendo (o favorendo) la continua ricerca di visibilità mediatica a chi ha bisogno, o ne avverte la necessità, di esprimere posizioni più o meno forti. Ecco che così la cena di Scajola, con veline passate ai giornalisti, va a sostituire il dibattito congressuale che una volta avrebbe fatto esplodere, nel luogo giusto, la bombetta.

Le grandi manovre sullo sviluppo

Da bravo ex ministro, Scajola sa che le misure in cantiere muoveranno l’economia ma anche potenziali bacini di voti, a seconda di come saranno veicolate le risorse. E sa bene che è questo il momento di tornare a sbattere i pugni sul tavolo e dimostrare, all’interno e all’esterno dei Palazzi, di contare ancora, e parecchio. Le grandi manovre sul decreto sono iniziate, dunque, come dimostrano anche i mal di pancia annunciati ieri dal responsabile Sardelli, come dimostrano i piccoli e grandi gruppi che nel Pdl si stanno muovendo per sponsorizzare le proprie categorie di riferimento. In primis, il partito della “famiglia”, che vuole caratterizzare la manovra sullo sviluppo con misure a vantaggio del nucleo portante della società italiana. E su quella base provare a cercare convergenze anche con i centristi e magari pure con quelle altre anime del Pdl, da Alemanno a Formigoni, che chiedono a questo governo di caratterizzarsi meglio sul fronte delle politiche sociali. Anche la Lega, sul fronte sviluppo, è molto attiva, come dimostra l’incontro di due ore svoltosi ieri nella sede di via Bellerio tra i vertici del Carroccio e il ministro Tremonti.

La clava del condono
Le grandi e nobili discussioni politiche di chi vuol buttare giù Berlusconi e fare subito un grande patto con i centristi vanno valutate anche alla luce del fattore S. Che non sta per Silvio, ma per soldi. Qualunque idea deve fare i conti con gli euro che metterà a disposizione il decreto Sviluppo. Che a sua volta deve fare i conti con gli euro che si possono ricavare da un condono, in una qualsiasi forma. Perché è evidente a tutti, oggi, che se si vuole dare un indirizzo politico di svolta al governo del Paese servono risorse e non bastano le rimodulazioni degli incentivi o dell’ architettura fiscale. Da qui nasce il partito del condono e l’anti-partito del no al condono, nel Pdl. Perché se è vero che a tutti farebbe comodo poter spiegare agli elettori come saranno utilizzati i soldi del condono (e anche incassare il consenso di tutti quelli, e non sono pochi, che ne beneficerebbero) è anche vero che stavolta Tremonti potrebbe davvero arrivare alle dimissioni se la maggioranza decidesse di imporglielo. Ieri i due fronti, nel Pdl, si sono fronteggiati ancora. Dopo la smentita del sottosegretario Casero, che ha escluso categoricamente l’ipotesi di qualsiasi sanatoria, sono arrivate alcune “correzioni”: come quella di Cicchitto, che paragona Tremonti a Savonarola e censura il suo metodo, usato “per realizzare in questo mondo corrotto il messaggio di Savonarola senza alcuna indicazione per una politica di crescita”.