La Chiesa rilancia il ruolo della politica

Un j’accuse così severo contro il neoliberismo che smentirà alla base le posizioni di chi teorizza una Chiesa “morbida” con il mercato senza regole e con i prodotti della finanza globale. Un’accusa così pesante da far impallidire la piattaforma (totalmente assente) di indignados e creature mediatiche affini. Fin dal titolo: «Una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza mondiale». Così il Vaticano, con un documento del Pontidicio consiglio Giustizia e pace sulla gravità della crisi mondiale presentato ieri in vista del G20 di Cannes, non chiede ai “grandi” solo di tornare al «primato della politica» sulla «economia e la finanza» ma auspica anche la creazione di un’autorità – come ha spiegato il cardinale Peter Turkson, presidente del Pontificio consiglio giustizia e pace – «che dovrà avere il fine specifico del bene comune, e dovrà lavorare ed essere strutturata non come ulteriore leva di potestà dei più forti sui più deboli». Un ente, quindi, che sia altro rispetto ai vari organismi sovranazionali esistenti (Fmi in primis) e che tra gli obiettivi a medio termine ponga la creazione di una Banca centrale mondiale e come strumento preveda la tassazione delle transizioni finanziarie.

La ricetta vaticana
«Se non si pone un rimedio» alle ingiustizie «gli effetti negativi che ne deriveranno sul piano sociale, politico ed economico saranno destinati a generare un clima di crescente ostilità e perfino di violenza, sino a minare le stesse basi delle istituzioni democratiche, anche di quelle ritenute più solide». Parole dure, che in qualche modo assomigliano a molte di quelle rivendicazioni che si sono sentite in tante piazze sparse per il mondo nelle ultime settimane. L’indignazione vaticana si rivolge oltretutto contro un obiettivo preciso: le cause della crisi sono riscontrate infatti in «un liberismo economico senza regole e senza controlli», e in tre ideologie che hanno avuto «un effetto devastante: l’utilitarismo, l’individualismo e la tecnocrazia». A quanto si legge nel rapporto, poi, per la creazione di un mercato a vocazione etica occorre agire in discontinuità rispetto ad alcuni tabù: a partire dalle «misure di tassazione delle transazioni finanziarie, mediante aliquote eque» che abbiano come obiettivo quello di «contribuire alla costituzione di una riserva mondiale, per sostenere le economie dei Paesi colpiti dalle crisi, nonchè il risanamento del loro sistema monetario e finanziario». Assieme a questo secondo il Pontificio consiglio occorre mettere in atto «forme di ricapitalizzazione delle banche anche con fondi pubblici condizionando il sostegno a comportamenti “virtuosi” e finalizzati a sviluppare l’economia reale». Di fatto un attacco severo a tutta la gestione economica che – tra titoli “spazzatura”, previsioni strampalate delle agenzie di rating e balbettii sulla solidarietà comunitaria – negli ultimi anni ha messo sotto scacco Stati nazionali o sponsorizzato economie fittizie.

Tesi poundiane
Ricapitoliamo: banca “etica”, economia reale, tassazione della speculazione. Richieste forti, precise, queste rilanciate Oltretevere su finanza e crescita. Punti che riprendono in toto molte delle tesi poundiane sulla moneta e sulla crisi tra economia e finanza. Già, la denuncia Ezra Pound contro quella che lui chiamava “l’usurocrazia” si basava proprio su analoghe condanne a sistemi economici ritenuti «contro natura». Del resto che ci sia una certa sincronia tra pensiero cristiano e visione economica di Pound è cosa nota. Il poeta americano stesso – nato da famiglia protestante e convertitosi poi al cattolicesimo – nel suo lungo soggiorno in Italia rimase affascinato ad esempio dalla condanna dell’usura così netta che proveniva dall’Ordine francescano. Tutto l’impianto medievale si basava infatti sui Monti di Pietà fondati proprio per assicurare un tasso di prestito onesto che risultasse il contraltare alle speculazioni. Di fatto tutta la dottrina sociale della Chiesa per Pound rappresentava quell’argine contro capitalismo e comunismo che erano visti dall’autore dei Cantos come sistemi che a suo avviso non agivano nell’interesse specifico dell’uomo.

Caritas in veritate
Ma non è la prima volta che la Chiesa prende una posizione così netta rispetto alle deformazioni del liberalcapitalismo. Tutto ha avuto inizio con la Rerum novarum di Leone XIII, la prima enciclica in cui il Vaticano nel 1891 prendeva di petto le questioni sociali. A cui poi seguii questo: «Un potere illimitato e una dominazione economica dispotica si trovano concentrati in pochissime mani. Questo potere diviene particolarmente sfrenato quando sia esercitato da coloro che, controllando il danaro, amministrano il credito e ne decidono la concessione. Essi somministrano il sangue all’intero organismo economico e ne arrestano la circolazione quando loro convenga; tengono in pugno l’anima della produzione, in guisa che nessuno osi respirare contro la loro volontà». Così papa Pio XI, nell’enciclica Quadragesimo Anno, attaccava la gestione che aveva condotto alla caduta della borsa del 1929. Una critica che per la sua precisione sembra scritta per analizzare la situazione dei giorni nostri. Ma non finisce qui. Perché giusto qualche mese fa l’enciclica sociale Caritas in veritate di Benedetto XVI ha invitato tutti a considerare quale debba essere l’obiettivo specifico del lavoro: «Desidererei ricordare a tutti, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità: “L’uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale”».

I neo-romani
Eppure ci fu chi prima della Chiesa ha contrastato alla radice il teorema del liberalismo. Lo hanno fatto i “neo-romani” che nell’Inghilterra del ’600 dimostravano come prima dell’affermarsi dell’egemonia teorica liberale, esistessero dei modi coerenti di pensare la libertà che trovanano radice nel mondo romano e in quello rinascimentale. Alla base della considerazione – come ripreso da uno studioso contemporaneo come Quentin Skinner – vi era l’idea che solo uno Stato libero può garantire la libertà vera dei suoi cittadini. E, come accade oggi, uno Stato ostaggio dei poteri forti tale non è.