“Indignados”, dal ’68 a oggi sono sempre gli stessi

«Come polli d’allevamento», direbbe Pier Paolo Pasolini. Ieri a Chicago al grido di “siamo il 99 per cento”,  un mese fa a Wall Street contro lo strapotere della banche, dieci anni fa a Genova, e ancora a Seattle, a Davos, in Val di Susa. Sfornati a migliaia, tutti uguali, praticamente fotocopiati: arrabbiati per contratto, caricati a salve e spediti in tutte le latitudini del pianeta per protestare, alzare il tiro, menare le mani e guadagnarsi i titoloni della stampa. Salvo poi, passata l’ebbrezza della guerriglia urbana, scemata l’adrenalina dello scontro a volto coperto, riporre in cantina manganelli e passamontagna in attesa della prossima occasione calda. Non importa quale: una riforma della scuola presa nel mucchio, una missione militare, un G8 qualsiasi. L’argomento è un optional, a dettarlo è l’agenda politica internazionale e l’attenzione dei media.
Anarcoinsurrezionalisti, antagonisti, duri e puri dei centri sociali, incazzati di tutto il mondo. Basta un fischio sulla rete e si arruolano come un sol uomo, scorrazzano per le capitali, okkupano, sfasciano vetrine, fronteggiano gli “sbirri, servi del sistema” e se ne tornano a casa. Magari con qualche livido, immortalato con zelo da televisioni e flash dei fotografi, perché la loro è sempre una protesta “sinceramente democratica” e non violenta.
Oggi i campioni della protesta à la page si chiamano los indignados, partoriti a luglio dalla fantasia spagnola, hanno valicato i confini nazionali per approdare ad Atene, a Bruxelles, a Wall Street e, neanche a dirlo, in Italia. Dove non ci facciamo mancare nulla e la grondante indignazione civile si mescola con il sogno della spallata al governo del male. «Questa ribellione non si fermerà», è il titolone apparso in prima pagina sul The (occupied) Wall Street Journal, l’house-organ del movimento “Alzati Chicago”, fresco di stampa (impaginazione e caratteri richiamano l’odiato foglio dei poteri forti). Sindacalisti, insegnanti, leader religiosi, ieri in tremila hanno manifestato davanti al “Chicaco Board of Trade” e alla “Chicago Federal Reserve Bank” promettendo fuoco e fiamme contro Wall Street tenendosi per mano con i pacifisti contrari “senza se e senza ma” agli interventi in Afghanistan e Iraq. La protesta a Manhattan si è spostata verso Uptown, sotto le case dei “Paperoni”di Wall Street. Si chiama Millionaires March e punta dritto verso Nord, dove si trovano le abitazioni dei super ricchi della finanza: dall’amministratore delegato di News Corp, Rupert Murdoch, al magnate del mercato immobiliare, Howard Milstein.
Coccolata dai media, la protesta americana si ricicla ovunque, non risparmia la vecchia Europa e l’Oriente. Neppure la Cina è rimasta insensibile al richiamo della foresta. Tra nostalgia per il socialismo di Mao e critiche al capitalismo occidentale le proteste degli indignati contro Wall Street hanno infiammato la cittadina di Zhengzhou dove vecchietti (un po’ patetici)  con il fazzoletto rosso al braccio hanno marciato al grido di “Uniti, proletari in tutto il mondo” e “morte al capitalismo”. Il contagio si allarga di giorno in giorno – registrano agenzie di stampa e siti – e sabato prossimo le principali capitali, Roma compresa, saranno attraversate dall’onda della disobbedienza civile. La rete degli indignati, infatti, ha indetto una protesta pubblica al motto di “Popoli del Mediterraneo, rialzatevi!” e promette scintille. Da noi, neanche a dirlo, i cuginetti degli indignados americani pensano in grande: la protesta non si limiterà ad alzare la voce  contro la politica economica italiana ma rappresenta una tappa, testuale, «della ripresa di spazio pubblico di mobilitazione permanente, che è necessario mettere in campo per cambiare l’Italia e il nostro continente». Ci hanno provato in tanti, ma sono sempre gli stessi, rigorosamente senza leader, per loro decide il collettivo, come ai bei tempi andati. Prima il popolo viola e la sua irresistibile verve rivoluzionaria contro Silvio Berlusconi, poi i “pacifici” studenti italiani icontro la riforma Gelmini che hanno messo a ferro e fuoco il centro storico della capitale. Infine la rabbia del movimento femminile “Se non ora, quando?” a puntare il dito contro la vita dissoluta del presidente del Consiglio. Il cliché è sempre lo stesso. Dal movimento studentesco del ‘68, la protesta ha scodellato una variopinta tipologia: indiani metropolitani, black bloc, no global, antagonisti, popoli viola, popoli di Seattle, autonomi, no tav, pantere. Cambiano le sigle, si rinnovano gli slogan, si riciclano le t-shirt, si modernizzano i mezzi  (dal megafono al tam tam della rete e dei social media), ma loro sono sempre gli stessi. Stesse modalità, stessa antropologia. Gli antagonisti si infilano nelle pieghe delle rivolte spontanee, quelle “dal basso” che piacciono tanto ai giornali, per alzare il tiro, sfondare le zone rosse, giocare a guardie e ladri. Il giorno dopo il canovaccio prevede che gli organizzatori si straccino le vesti per gli incidenti, gridino alle pericolose infiltrazioni e si dichiarino “distinti e distanti”. Tutto già visto.
Identici, praticamente clonati negli anni anche i commenti, le inchieste e le dotti dissertazioni sociologiche della stampa. Che a ogni autunno caldo ci sciroppano inchieste antropologice sulla protesta dal basso che cambierà il mondo. «Hanno dai 16 ai 60 anni. Sono studenti, precari, cassaintegrati e pensionati», dicono della protesta italiana di questi giorni. «C’è poi Loredana, che ama definirsi una bambina di 55 anni, “che non ha mai smesso di sognare”. O ancora «Federico, medico 57enne, padre di due figli, che crede nel potenziale di Facebook “come mezzo per sostenere la crescita della coscienza civile dei giovani italiani”. Rivoluzionari a intermittenza: pigramente in attesa del fischio di inizio, ma la protesta è un’altra cosa.