Il caso Ingroia lo prova: le toghe rosse esistono

Alla fine, per Antonio Ingroia, la sua «è stata solo una provocazione». Quel dire di non sentirsi «del tutto imparziale» in quanto «partigiano», o meglio, «partigiano della Costituzione», è stata solo una battuta. Ma sì, che vuoi che sia un magistrato che interviene all’assise di un microscopico movimento della sinistra radicale invocando di fatto la resistenza sul fronte della giustizia. Peccato, però, che proprio quella Carta che viene evocata come fosse una sacra pergamena reciti – testuali parole – che proprio il magistrato sia soggetto “solo” alla legge e non ad improbabili richiami alla sollevazione.
Il problema, a ben vedere, è che il sostituto procuratore della Procura distrettuale antimafia di Palermo Ingroia dimostra di possedere una lettura tutta sua della Carta. La conferma arriva da come è tornato ieri sulle polemiche scatenate dalla sua partecipazione all’assise dei comunisti di Olivero Diliberto: «La mia è stata intenzionalmente un’affermazione forte, provocatoria. Viste le reazioni la provocazione ha avuto effetto. Evidentemente definirsi “partigiano della Costituzione” è diventata una bestemmia. L’arretramento del dibattito su temi come questo è dovuto anche all’imbarbarimento del sistema politico». No, caro Ingroia. Il problema – quello sostanziale – è proprio l’altra sua dichiarazione, quando ha sostenuto che «un magistrato deve essere imparziale quando esercita le sue funzioni ma io confesso che non mi sento del tutto imparziale». Visione che fa tutt’uno con il tipo di concezione – nata dalla stagione messianica di Tangentopoli – che Ingroia testimonia di avere del proprio ruolo: «Credo – ha spiegato riferendosi ancora alle polemiche – che ciò nasca da una serie di passi in avanti che la politica non ha fatto, lasciando degli spazi vuoti riempiti proprio dal protagonismo dei magistrati». Fino al colpo di grazia: «La magistratura super partes è un requisito imprescindibile, ma dobbiamo uscire dall’ipocrisia di questo concetto. Il magistrato applicando la legge la interpreta ed è mosso da valori costituzionali che non lo rendono del tutto neutrale». Tutto chiaro. Secondo Ingroia il magistrato può interpretare liberamente la legge (ah sì?). Può svolgere ruoli sussidiari alla politica (dove è stabilito?). Di fatto può scendere in campo come un insider della politica (e qui non sarebbe il primo).
Tanto che, a questo punto, parlare di “toga rossa” riferendosi a Ingroia non è più un’esagerazione. E la cosa – l’esistenza di un partito dei giudici – non sarebbe nemmeno una novità, se non fosse, però, che tale osservazione risulta grave per la delicatezza delle inchieste che lo vedono protagonista – dalla trattiva Stato-mafia a quella che riguarda Marcello Dell’Utri – e che gli costeranno tante critiche (ma purtroppo anche applausi) sull’opportunità del gesto. Ma questo del “protagonismo”, nonostante tutto, è probabilmente uno scopo nemmeno tanto più segreto del pm che da tempo non esclude un suo eventuale ingresso in politica.
Del resto Ingroia il physique du role di un certo stereotipo di magistrato militante ce l’ha sempre avuto. E non ha mai fatto nulla per nasconderlo. Anzi, lo ha incarnato con una certa perseveranza, conquistando l’attenzione di giornali e programmi televisivi, Michele Santoro su tutti. Fino, appunto, alla ribalta politica nelle assise del popolo viola, del “Costituzione day”, dell’Idv e, appunto, del partito comunista di Oliviero Diliberto sabato scorso. La cui partecipazione ha creato fin da subito diverse polemiche. Da parte del Pdl ieri è stato Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo vicario del Pdl al Senato, a tornare a bacchettare il pm sulla sua autoinvestitura di difensore della Carta: «La Costituzione – ha replicato Quagliariello – dispone di strumenti di difesa previsti dall’ordinamento: il Presidente della Repubblica (che è anche presidente del Csm), e la Corte Costituzionale».
Ma non solo il centrodestra ha stigmatizzato l’uscita di Ingroia. La stessa Associazione nazionale dei magistrati – tutt’altro che morbinda con i provvedimenti sulla giustizia del governo – è intervenuta pesantamente a proposito del collega palermitano. «Ho sempre sostenuto che i magistrati particolarmente esposti, a causa delle loro indagini e delle attività che svolgono, dovrebbero avere particolare prudenza nell’esprimere valutazioni di carattere generale sulla politica del Paese». A parlare è il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, secondo il quale i magistrati «devono essere prudenti per rispetto del tipo di indagini e attività che svolgono. Bisogna evitare equivoci che possano appannare l’immagine di imparzialità di un magistrato». Proprio quello che il magistrato palermitano ha fatto. Dimostrando, proprio sul punto della “parzialità” politica così distante da ciò che dovrebbe caratterizzare l’istituzione della magistratura, di volersi distaccare proprio dall’insegnamento del maestro. Sì, quel Paolo Borsellino che rifuggiò sempre la rivendicazione di un’appartenenza politica chiara – è stato uomo di destra e dirigente del Fuan – perché aveva perfettamente compreso (e poi insegnato) come quella contro la mafia in Sicilia dovesse essere una battaglia prepolitica. Ma erano altri tempi. E, con tutta probabilità, altri uomini.