I gladiatori di Scurati sognano una nuova alba

Venezia nel 2092 con un volto nuovo, sfigurato e inquietante. È questo lo scenario scelto da Antonio Scurati per l’ambientazione del suo nuovo, visionario romanzo La seconda mezzanotte (Bompiani, pp. 344, euro 19) nel quale immagina un Occidente svuotato di ogni valore, di ogni bellezza e di ogni memoria, preda delle multinazionali cinesi. Il romanzo di un tramonto, dunque, che evoca le previsioni catastrofiche di uno Spengler e dove ci sarebbe bisogno dell’anarca tratteggiato dall’algida penna di Jünger (figura del resto molto ammirata da Scurati). Il romanzo delle rovine di una civiltà. «Nell’Occidente ormai agiato e decadente – ha spiegato lo scrittore in un’intervista a Repubblica – si ha la sensazione storica di vivere la fine dei tempi. È come se avessimo attraversato una soglia epocale e ci trovassimo in una nuova era che non suscita in noi nessuna aspettativa felice. Da qui sono partito». Una partenza che restituisce subito un’atmosfera allucinata, quella di Nova Venezia, città ricostruita dai cinesi per farne una Las Vegas aperta a ogni forma di orgia, di droga e di violenza. Qui si battono i gladiatori guidati dal protagonista, il Maestro, in un nuovo Colosseo che occupa lo spazio di piazza San Marco e che attira con i suoi spettacoli di furore e ferocia migliaia di turisti. I gladiatori sono uomini senza legami, che camminano tra la vita e la morte con angosciato disincanto. «La vostra vita sarà breve – li istruisce il Maestro – e la vostra esistenza infame. Non avrete moglie, ai guerrieri della mia scuola è proibito. Le uniche donne che conoscerete le conoscerete nei bordelli. Non avrete figli. In questa città è permesso tutto, tranne portare armi da fuoco e avere figli. Non avrete amici, perché i gladiatori non ne hanno. Una notte consumerete un pasto prima della battaglia assieme ad altri uomini, il giorno appresso ucciderete il vostro compagno di tavolo e subito dopo vi occuperete di seppellirlo. Alla fine, se doveste arrivare a invecchiare, non avrete eredi. Vi aggirerete intorno alla caserma chiedendo l’elemosina e raccontando le imprese dei bei tempi…».
I nativi sopravvissuti a Nova Venezia dopo che un’Onda frutto dello squilibrio climatico l’ha seppellita, cui per legge è vietato fare figli,  sono ormai un «gregge di pecore prone al macello». Il profitto regola ogni cosa. Il dolore, la compassione, la solidarietà, ogni traccia di religione: tutto inghiottito nella palude che circonda la nuova Babilonia, una sorta di circo orwelliano. Solo due uomini, il Maestro e il suo migliore allievo, Spartaco, sentono l’urgenza di ribellarsi; solo loro non sono disposti a vacillare «su un muto labirinto di domande». Uno scenario apocalittico per spiegare il presente: Scurati non lo nega, anzi lo rivendica. «Da Umberto Eco in giù il termine “apocalittico” è stato usato in modo liquidatorio. Mentre sono convinto che ne vada rivalutato il senso: pensare sulle cose ultime ci spinge all’ardire di ripensare anche le cose prime».
La tecnologia, nel romanzo di Scurati, non serve né l’uomo né il profitto, è come posseduta dal demone della decadenza, utile solo a far avanzare la razza umana verso il nulla: da parte loro gli uomini ne sono attratti e respinti al tempo stesso, come quando si incantano davanti ai notiziari che rimandano solo immagini di catastrofi, di uccisioni, di guerra. «La chiamavano cyberterapia, ma l’idea è delle più semplici: se ti immergi in un ambiente in cui tutti muoiono e tu rimani in vita, guarirai dalla paura. Essere il sopravvissuto risana la ferita».
Dal punto di vista dei generi, La seconda mezzanotte è decisamente un libro di fantasy, ma lo stesso autore avverte che ha voluto intenzionalmente mescolare i generi, proprio per suscitare nel lettore impressioni e riflessioni profonde. C’è il tema della violenza come spettacolo, dell’umanità decaduta, del totalitarismo mascherato, di una sensualità che uccide lo spirito, dell’infelicità e della solitudine, della mancanza di figli che consentano la trasmissione di saperi di generazione in generazione. Il tutto a vantaggio di un presente nullificato, scarnificato, vuoto. «Abbiamo assistito in Italia – dice Scurati – a un tardivo ma completo sdoganamento dei generi, troppo a lungo sottoposti a una condanna ideologica. Pensi al boom del noir o del fanatsy. Ma ciò che a me sta a cuore non è tanto l’uso editoriale e commerciale del genere, quanto la classificazione aristotelica che distingue tra epica, tragedia e commedia. Quello che, nel mio piccolo, ho tentato di fare è di riportare in vita, in un paese dedito al comico, forme tragiche ed epiche dell’esistenza».
Tragica è la condizione dell’umanità che viene descritta, epica l’impresa che attende i pochi consapevoli, i pochi disposti al “risveglio”, non più rassegnati allo spettacolo desolato della città morta che non consente vie di fuga: «Dell’altra metà del ponte non c’è traccia, solo un colonnato che non regge nulla, che non conduce a niente, una lunga teoria di pilastri scoperchiati che affondano all’infinito in una fanghiglia palustre. Attorno a ciascuno, una montagnola di rifiuti galleggianti, una flottiglia incagliata di bicchieri, tappi di bottiglia, grovigli di lenza e reti da pesca, pezzi d’imballaggio in polistirolo, brandelli di pellicola per alimenti e siringhe monouso… La sua mente si perde in quello sconfintao universo di cose che non sono mai state vive e mai lo saranno».