Hanno detto solo balle: l’industria “tira”

La Marcegaglia “piange”, l’opposizione paragona l’Italia agli zombie, baldanzosi economisti di primo pelo (tutti rigorosamente schierati a sinistra) vedono catastrofi ovunque, i grandi giornali descrivono un clima da film horror e la gente comune – travolta da notizie che più nero non si può – si rifugia nei vecchi salvadanai perché non si sa mai, in caso di bisogno anche le monete servono. Delle notizie vere, dei dati reali, nessuno parla. E i quotidiani online relegano tutto tra gli articoli di second’ordine. Ma stavolta le cifre sono tanto importanti quanto significative: la produzione industriale va. Ad agosto l’indice, elaborato dall’Istat, ha fatto segnare un rialzo congiunturale (rispetto al mese precedente) del 4,3 per cento e un incremento tendenziale (rispetto allo stesso mese del 2010) del 4,6 per cento. Un dato che mette all’angolo i catastrofisti di professione. Nei giorni scorsi erano già arrivati segnali positivi, sia dal fronte degli occupati (tornati oltre quota 23 milioni con un aumento di 220mila posti di lavoro in un anno), sia dalla disoccupazione (scesa al 7,8 per cento dall’8,3 dello scorso anno, mentre nell’Eurozona il dato è stabile al 10 per cento), sia dalla cassa integrazione, che nei primi nove mesi del 2010 è diminuita del 20,9 per cento. Questa volta, però, le cifre emerse sono di quelle che non hanno bisogno di commento: da 11 anni a questa parte non andava mai così bene. La produzione di autoveicoli, ad esempio, ha segnato un più 31,7 per cento su base annua: il che equivale a dire che impianti che prima allestivano 50 vetture al giorno adesso ne licenziano 75. In tempi di crisi economica, non c’è male. Anche perché le previsioni degli analisti sono state nettamente battute, la Borsa ha inanellato un altro risultato positivo (+3,67 la chiusura di Piazza Affari) e lo spread Btp-Bund si è ridotto a 348,8 punti base.

Il sistema gira
Ma è tutto il sistema che ha ripreso a tirare. Mentre al tavolo del governo il confronto sulle cose da fare per spingere la crescita è in fase avanzata e, da qui al 20 ottobre, i provvedimenti allo studio dovrebbero ottenere l’ok del Consiglio dei ministri, l’Istat comunica che il panorama produttivo industriale si è messo in moto: beni intermedi +8,3 per cento; beni strumentali +6,9; produzione di energia +3,5; beni di consumo +0,6. Il tutto mentre in Francia, a fronte dell’attesa di una flessione dello 0,8 per cento, si è registrato ad agosto un incremento dello 0,5. E le esportazioni tedesche sono tornate a salire dopo due mesi consecutivi di calo. Almeno su questo fronte il nostro Paese si muove. Anche se, a livello occupazione, da noi i giovani stentano di più a trovare un lavoro e il Sud arranca dietro un Centro e un Nord che, invece, risultano non avere problemi a tenere il passo europeo. Nel Veneto, ad esempio, il tasso di disoccupazione è sceso nel secondo trimestre del 2011 al 4,4 per cento. Ma si segnalano anche la Puglia (49mila i nuovi occupati) e l’Abruzzo, con i disoccupati scesi al 7,9 per cento dal 9,4 del secondo trimestre 2010.

Attitudine a crescere
Il governo incassa le valutazioni che arrivano dall’Istituto centrale di statistica e rileva che «l’economia italiana si muove». «Se combiniamo questo dato – ha sostenuto il ministro Maurizio Sacconi – con quello che l’Istat ci ha consegnato nei giorni scorsi, che vede la disoccupazione sotto l’8 per cento e i posti di lavoro in crescita oltre i 23 milioni, vuol dire che l’Italia sta manifestando un’attitudine a crescere che dev’essere assecondata con le misure allo studio». E Paolo Romani, ministro dello Sviluppo economico, parla di «segnale incoraggiante», che dimostra «la solidità dell’economia italiana e la vitalità del nostro sistema produttivo». «Dopo aver messo in sicurezza i conti pubblici – spiega – adesso siamo al lavoro per mettere a punto un pacchetto di misure che serva a rafforzare e sostenere in modo costante la crescita. Il Paese ha ripreso a camminare sulla strada dello sviluppo, ma ora è necessario accelerare». Un’accelerazione che, secondo il ministro Renato Brunetta, potrebbe trovare terreno fertile, visto che il «balzo» della produzione industriale costituisce un segnale «in linea con le tendenze degli altri principali Paesi dell’area euro». La Francia, in  particolare, mentre la Germania si segnala per il «surplus commerciale». Entrambi i risultati, in ogni caso, «sono migliori delle aspettative», a dimostrazione che è in atto una timida ripresa comune anche agli Stati Uniti. Qui, nonostante Obama sia alle prese con il piano di rilancio che non ha ancora ottenuto il via libera del Congresso, a settembre sono stati creati 103mila posti di lavoro: una cifra che va al di là di quanto previsto dagli operatori. Il presidente Usa in questi giorni sta giocando all’attacco, dopo aver puntato il dito contro Europa e Cina accusate di frenare la crescita, ha sostenuto che «la gente ha bisogno di aiuto adesso».

Ue e Cina sotto accusa
Sotto accusa c’è il debito sovrano del Vecchio Continente, che «crea nervosismo sui mercati, tra i consumatori e nelle imprese» e che sta mettendo in evidenza l’incapacità dell’Europa a «risolvere i suoi problemi», ma anche lo yuan che, secondo gli Usa era sottovalutato. Ieri, infatti, la moneta cinese ha effettuato il rialzo più importante da quando le autorità cinesi, nel luglio del 2005, consentirono alla sua rivalutazione. La divisa cinese ha raggiunto quota 6,3453 contro il dollaro, ma, secondo gli analisti, Pechino potrebbe consentire un apprezzamento fino a quota 6,3 per un dollaro, con l’obiettivo di evitare una guerra commerciale con Washington. Obama, com’è noto, non condivide l’attendismo di Angela Merkel che da mesi frena gli interventi in soccorso della Grecia e, in questo modo, danno vita a nuove turbative sui mercati e creano le premesse per l’attacco degli speculatori anche a Spagna e Italia. Il nostro Paese, in particolare, pur essendo caratterizzato da un alto debito pubblico, ha già varato le misure necessarie per conseguire il pareggio di bilancio nel 2013, autorizzato la clausola di salvaguardia e introdotto la norma sulla spending review. «Tutto questo – ha fatto notare ieri Marcello De Angelis nel corso del suo intervento alla Camera sul rendiconto generale dello Stato – assieme a un significativo miglioramento dei saldi, che raggiunge i 41,5 miliardi sul fronte dei risparmi pubblici e arriva a 78 miliardi per quanto riguarda il resto. Con l’avanzo primario in aumento di circa il 18% rispetto al 2009, nella consapevolezza che un bilancio in ordine è la migliore risposta da dare ai mercati». L’Italia, tra l’altro, dispone di un forte risparmio privato e può contare su circa 1.800 miliardi di patrimonio pubblico che è possibile privatizzare. Le premesse per un default non ci sono, anche se gli speculatori sembrano credere il contrario, aiutati in questo dall’attendismo dell’Europa.