Debito pubblico sotto 1.900 miliardi. E la sinistra… tace

Nel giorno della sconfitta umiliante sulla sfiducia alla Camera, le opposizioni incassano un altro colpo. Forse ancora più umiliante perché smantella l’operazione-propaganda, tutta la strategia costruita a tavolino (e ampliata dai giornali “amici”) per far ricadere sul governo il peso della crisi e far credere ai cittadini che se finiscono all’inferno è colpa del diavolo che sta a Palazzo Chigi. Ora c’è anche Bankitalia che lo conferma: il problema non è affatto Berlusconi, sono le turbolenze dei mercati e l’evoluzione dell’economia globale. Via Nazionale, nel suo ultimo bollettino, fa giustizia di tutte le “balle” che, in questi ultimi mesi, la sinistra sta diffondendo a piene mani, cercando di accreditare la tesi che se il premier si dimettesse tutto riprenderebbe a girare per il verso giusto. Nulla di più falso. È vero, invece, che «la crescita si è indebolita l’estate scorsa» e che sono «urgenti politiche di sviluppo e di risanamento dei conti». A queste, del resto, il governo ha già messo mano con due distinte manovre varate tra luglio e settembre; alle prime si darà vita la prossima settimana con i provvedimenti che hanno subito un piccolo stop a causa dell’infortunio dell’esecutivo di martedì scorso alla Camera.

I numeri dell’Italia
Tutto ok, quindi? Non del tutto. Al governo si chiede una ricetta seria e rigorosa, perché – dice la Banca d’Italia – solo affrontando le debolezze strutturali del nostro Paese si potrà favorire l’aggiustamento della finanza pubblica, contribuendo a contenere i tassi d’interesse e quindi evitando che ingenti risorse vengano dilapidate per finanziare il debito, sull’altare dello spread tra i nostri Btp e i bund tedeschi. Perché l’attacco all’Italia c’è. E – mettono nero su bianco i tecnici di Via Nazionale – continua «nonostante la sostanziale solidità del sistema bancario, il ridotto livello di indebitamento delle famiglie e l’assenza di significativi squilibri sul mercato immobiliare». A dare fiato alla speculazione sono, oltre all’elevato «livello del debito pubblico», anche la «forte dipendenza dell’attività economica dall’andamento del commercio internazionale e le deboli prospettive di crescita nel medio termine». Non a caso, anche ieri il premio di rendimento (lo spread) del Btp decennale rispetto al bund tedesco, dopo un’apertura a 370 punti, ha sfiorato quota 380, ripiegando poi a 367, dopo che la Bce è intervenuta sul mercato acquistando titoli italiani e Bonos spagnoli. «Il nostro Paese – ha detto il direttore generale di Bankitalia, Fabrizio Saccomanni –  ha estremo bisogno di riforme che lo aiutino a ritrovare il sentiero della crescita». E le banche? Hanno «un grado di solidità e di capitalizzazione adeguato». In Europa, però, il discorso cambia. «Va resa operativa la European Financial Stability Facility (Efsf). In altre parole il nuovo fondo salvastati.

Buone notizie
In questo scenario di guerra l’Italia incassa alcuni dati positivi. Ad agosto il debito pubblico è tornato sotto quota 1.900 miliardi di euro (1.899,553), infranta a giugno quando si sono raggiunti i 1.911,769 miliardi. Un dato reso possibile  dal lavoro di cesello fatto sulla spesa pubblica, ma anche dall’aumento delle entrate tributarie che, in otto mesi, sono state pari a 250,079 miliardi con un aumento del 2,38 per cento rispetto allo stesso periodo del 2010. Il calo produttivo è stato così più che compensato, nonostante la fotografia scattata da Bankitalia faccia vedere a tutti noi «un quadro congiunturale peggiore» nel terzo trimestre dell’anno rispetto a quello precedente. Un’evoluzione negativa che non è riuscita nemmeno a impedire al «tasso di disoccupazione dei giovani fino a 24 anni» di scendere dal 27, 9 al 27,4 per cento. In valore assoluto una cifra piccola, ma che non sarebbe priva di significato se dovesse inaugurare un trend positivo destinato ad incidere positivamente su quella che rappresenta una delle maggiori piaghe sociali del nostro Paese. La Commissione Ue rende noto il Rapporto annuale sulla competitività all’interno dell’Europa e riconosce «gli sforzi significati fatti» dal nostro Paese, che definisce però «scoordinati e frammentari». «Sebbene l’Italia mantenga una base industriale diversificata e, in alcuni casi, competitiva a livello mondiale, complessivamente – fa rilevare – il suo potenziale di crescita è motivo di preoccupazione».

Spagna: rating giù
Ma la Spagna sta peggio. Anche per Madrid le prospettive di crescita vengono definite «incerte», ma questa volta a tirare fuori il cartellino rosso è l’agenzia di rating Standard & Poor’s, che abbassa il rating da «AA» ad «AA-». Pollice verso sulle imprese, ma pollice verso anche nei confronti del sistema bancario, che si unisce all’elevata disoccupazione e al rallentamento economico dei principali partner. E pensare che il governo del premier socialista Josè Luis Zapatero aveva approvato proprio ieri la riforma a sostegno delle banche. Un provvedimento, varato per decreto, che prevede la fusione dei tre fondi attuali di garanzia dei depositi e la nascita di un solo organismo che coprirà le eventuali perdite del fondo di ristrutturazione (Frod) incaricato del salvataggio degli istituti in difficoltà. I costi della ristrutturazione non graveranno né sui contribuenti, né sul bilancio pubblico: saranno gli istituti a pagare. Un provvedimento, quello adottato dalla Spagna, che arriva nel bel mezzo della polemica sul salvataggio degli istituti di credito in difficoltà e delle crepe manifestatesi nell’asse Parigi-Berlino.

Banche in rosso
Sarkozy, preoccupato del fatto che il sistema francese non regga a un eventuale default della Grecia, si ostina a chiedere il salvataggio di Atene e vuole che la ricapitalizzazione delle banche avvenga utilizzando il fondo di stabilità, la Merkel vorrebbe che ognuno ci pensasse per proprio conto, anche se alcuni degli istituti di credito tedeschi sono esposti pesantemente nei confronti della Grecia. Su tutto svetta la preoccupazione che l’instabilità del sisma bancario possa trasmettere i problemi della finanza pubblica all’economia reale. Il come è presto detto. I dubbi sulla loro solvibilità stanno facendo sì che raccogliere risparmio diventi più difficile, se non pagandolo di più. A questo punto più che sobbarcarsi oneri maggiori qualcuno potrebbe trovare conveniente ridurre gli interventi, con ricadute negative su finanziamenti e mutui. Sono già in molti, infatti, a ritenere che è meglio non fare prestiti, piuttosto che svenarsi per fare provvista di denaro. Un meccanismo perverso che potrebbe spalancare le porte alla recessione.