Così politica e mercati declassano Moody’s

In molti li accolgono come una catastrofe, talvolta per strumentalizzarli. Certo non fanno piacere. Ma i declassamenti delle agenzie di rating sono davvero la sciagura che si dice? All’indomani della lunga notte di Moody’s, in cui sono stati declassati numerosi enti locali e istituti di credito italiani, sembra proprio che la cattiva notizia vada in realtà letta come una buona notizia: Milano e le borse europee hanno aperto al rialzo; il presidente della Commissione Ue Josè Barroso ha definito «indispensabile» un’azione coordinata a livello comunitario; molti governatori hanno chiarito che questo non è il momento di piangersi addosso, ma di rimboccarsi le maniche. Di più, l’istituzione finanziaria europea per eccellenza, la Bce, ha ammesso che in una fase come questa il primato è e deve essere della politica. Ieri si è dunque confermato quello che si era già intuito il giorno precedente, a ridosso del declassamento del nostro rating nazionale: mercati e istituzioni hanno tutti gli anticorpi per reagire allo strapotere delle private Moody’s & co e ora, a quanto pare, li stanno mettendo in circolo.

Un bilancio molto pesante

Il bilancio della notte era stato pensantissimo: declassati Eni, Enel, Finmeccanica, Poste italiane e Terna; tagliati, tra gli altri, i rating di Unicredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi; colpite la Cassa depositi e prestiti e l’Ismea, che pagano il fatto di essere di proprietà pubblica e quindi soggette allo stesso rating nazionale. Per l’aggancio alla classificazione del Paese sono finiti nella lista dei “cattivi” anche trenta enti locali, tra regioni, province e città.

Ma Barroso e Merkel lo smentiscono
Gli istituti di credito, invece, stando alla spiegazione di Moody’s, hanno scontato «l’accresciuta incertezza sul medio termine a proposito della volontà dei membri dell’Ue di sostenere i creditori delle istituzioni». Ma la valutazione dell’agenzia americana era stata già smentita l’altro ieri dalla Merkel, che aveva annunciato – tra l’altro – che la Germania è per la ricapitalizzazione delle banche. Ieri la Merkel ha ribadito la sua posizione nel corso di un incontro a Lipsia. Soprattutto, però, Barroso ha chiarito che quella è la posizione dell’Europa tutta. «Stiamo proponendo un’azione coordinata per ricapitalizzare le banche», ha detto il presidente della Commissione, in un messaggio postato su youtube. Barroso ha chiarito che non è più tempo di nicchiare, anche se è presto per fornire troppi dettagli. Poi ha ribadito che al prossimo G20 in programma a Cannes il 3 e 4 novembre «spingeremo per una tassa globale sulle transazioni finanziarie». «Se non sarà possibile averla subito a livello globale, qualcuno dovrà iniziare prima e – ha spiegato – sarà l’Europa». Ma Barroso ha detto anche che «la Commissione europea non è stata vigorosa come avrebbe dovuto nell’affrontare il problema dei debiti elevati dei Paesi dell’euro». Di fatto, un’autocritica e un autoinvito a fare di più.

Visione europea e visione “provinciale”
La stessa reazione in positivo si è avuta anche in Italia, almeno in parte. In molti hanno reagito con quello che si potrebbe definire lo spirito europeo: prendendo atto delle difficoltà e capendo che questo è il momento di agire con decisione. Su tutti valgono le parole del governatore della Campania, Stefano Caldoro. Del declassamento ha detto che «è molto preoccupante», non ha nascosto che pesa «la voce dei mancati trasferimenti», ma ha chiarito che questo «ci fa assumere una responsabilità maggiore». «Questo quadro – ha sottolineato – contiene tutto ciò che dobbiamo discutere in futuro, le cose che abbiamo in agenda e quelle da fare». Altri, invece, l’hanno presa in un’ottica tutta nazionale, che sulla scala di una crisi planetaria, da affrontare necessariamente in termini europei, significa poi un’ottica locale, per di più legata a logiche di scontro politico e non di interesse del Paese. È il caso, per esempio, di Luigi De Magistris che ha colto l’occasione per attaccare il governo. Il sindaco di Napoli ha parlato di «manovra devastante» e di «incapacità di rispondere alla crisi», con buona pace di quella credibilità intorno alla quale tutti i soggetti europei, Merkel in testa, hanno fatto quadrato in queste ore.

La Bce e il «work in progress» italiano
E ieri da Berlino, anche Jean-Claude Trichet è tornato a parlare dell’Italia in termini di fiducia. Il presidente della Bce ha detto che c’è «un work in progress» nella direzione dell’innalzamento della crescita strutturale, indicato dalla lettera al governo italiano. «Alcune decisioni – ha spiegato – sono state prese, altre hanno rappresentato una sfida e poi finalmente sono state implementate». Ma si è trattato solo di un passaggio all’interno di un discorso ovviamente tutto improntato alla dimensione continentale. Trichet ha annunciato due misure per fare fronte alla crisi del sistema bancario europeo: prestiti illimitati alle banche ad almeno dodici mesi e acquisto dei covered bond. Non ha tracciato un quadro roseo: ha ribadito che questa è la crisi peggiore dal secondo dopo guerra, ha messo in guardia su una crescita che «nel secondo semestre dell’anno sarà molto moderata», ha detto che l’inflazione nell’area euro resterà sopra il 2% ancora per alcuni mesi e solo dopo inizierà a scendere, ha invitato i governi a «prendere misure aggiuntive per consolidare i conti pubblici». Ma Trichet ha anche indicato che una via per la salvezza c’è e passa per il fatto che «tutti devono mostrare una determinazione inflessibile a onorare pienamente la propria firma sovrana». «Non possiamo sostituirci ai governi. Abbiamo preso le nostre responsabilità in tempi difficili», ha aggiunto, con un’affermazione che suona come un implicito riconoscimento del primato della politica sulla finanza, anche su quella istituzionale.

Anche i mercati credono alle istituzioni
Ma non meno vivace è stata la reazione dei mercati. All’apertura già erano tutte in positivo, titoli bancari e utility compresi. A metà seduta, dopo le parole di Barroso, segnavano aumenti medi del 2 per cento, con i picchi di Parigi e Londra rispettivamente a 2,67 e 2,37 e Milano, che ieri era la grande “bocciata” del rating, a un più che confortante 2,06%. Poi la crescita è rallentata notevolmente, ma la chiusura è stata comunque con segno più. Come era già avvenuto l’altro ieri, quindi, le borse hanno dato più credibilità alle parole delle istituzioni europee che a Moody’s.