Catastrofismo sull’Italia, ma gli altri stanno peggio

Non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. La storia si ripete: se si ascoltano le dichiarazioni dei leader di centrosinistra o terzopolisti, se si leggono i giornali o si vede la tv, sembra che la crisi economica ci sia solo da noi, che la grande ammalata sia l’Italia, trascinata (naturalmente) sull’orlo del baratro dal governo Berlusconi, fatto da impresentabili e incapaci. Una lettura faziosa, dettata solo da esigenze propagandistiche, dall’obiettivo di creare e cavalcare il malcontento, un gioco al massacro all’insegna del “tanto peggio tanto meglio”. Sinistra e compagni scelgono gli slogan per nascondere la realtà dei fatti, quella realtà che rende evidente come sia nata e come si sia sviluppata la crisi. E soprattutto, come sia stata affrontata nel mondo, con quali conseguenze e con quali metodi.
L’opposizione fugge di fronte ai dati (e i suoi giornali “amici” dribblano le notizie) proprio perché i dati offrono una situazione chiara: siamo tutti messi maluccio, ma gli altri stanno peggio di noi. E di questo il governo avrà qualche merito, che è meglio soffocare con la disinformazione.
Innanzitutto la crisi non è nata in Italia ma negli Usa, con la bolla dei mutui subprime, e ancora oggi quell’economia deve fare i conti, per la prima volta nella sua storia, con i declassamenti delle agenzie di rating. Anche Germania e Francia non sono immuni (preoccupate per il futuro delle loro banche imbottite di titoli greci); la Spagna ha un tasso di disoccupazione superiore al venti per cento, ai massimi da tredici anni; la Gran Bretagna con i senza lavoro in crescita (8,1 per cento, il record da 17 anni); la Grecia, ridotta uno straccio e le strade piene di contestatori; il sistema finanziario internazionale che rischia di fare il botto, l’intera Europa che vacilla sotto gli attacchi all’euro. Non a caso le proteste degli indignados sono iniziate altrove, mentre in Italia la pace sociale ha finora tenuto, complici i molti miliardi stanziati dal governo del Cav per gli ammortizzatori sociali, in presenza di una disoccupazione del 7,8 per cento.

Nelle mani della Slovacchia
Il tallone d’Achille dell’Italia è l’ammontare del debito pubblico, ereditato dai governi degli anni Ottanta e Novanta. I problemi sono legati al fatto che dobbiamo finanziare quella voragine (1.911 miliardi di euro), ma siamo tra i pochi a poter annoverare tra i nostri conti un saldo primario, ad aver varato misure economiche in grado di consentirci il raggiungimento del pareggio di bilancio entro il 2013, ad avere pronte al varo quelle misure per la crescita che potrebbero traghettarci definitivamente fuori dal guado. Le incognite, a livello europeo, derivano dal fatto che si continua a perdere tempo mentre sarebbero necessarie iniziative concrete. Ma qui non è l’Italia che decide, e c’è un sistema che va in tilt ad ogni stormir di fronda: per ultimo lo stop della Slovacchia all’ampliamento del fondo salva-Stati (Efsf) e l’introduzione di nuove fibrillazioni all’interno delle misure per la stabilità dell’euro. Un no che arriva dopo che tutti gli altri 16 Paesi avevano dato l’ok e che la dice lunga sulla sostenibilità dell’attuale governo dell’Europa. Nei prossimi giorni, probabilmente, si metterà una pezza (c’è già un accordo politico) ma, intanto, è stato messo a rischio l’intero progetto di soccorso finanziario ai Paesi dell’Eurozona, aggravando così la crisi del debito.

Soluzione entro ottobre
Più lentamente di come vorrebbe Trichet (la sollecitazione agli Stati è arrivata martedì) ma al capezzale della crisi europea si sta comunque lavorando. Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno annunciato di avere in mano la soluzione della crisi. A fine mese sarà pronta, articolata in un pacchetto di misure e presentata al prossimo G20 a Cannes, così che l’Europa arrivi a una soluzione condivisa «rapida, globale e duratura». «Sappiamo perfettamente che strada percorrere», ha detto il presidente francese, mentre fonti ufficiali parlano di ricapitalizzazione delle banche, difesa dell’euro senza compromessi (la dichiarazione viene attribuita alla Merkel), nuovi fondi alla Grecia, proprio mentre l’agenzia di stampa tedesca Dpa giunge addirittura a ipotizzare un possibile taglio del debito di Atene del 60%. Come mai tempi tanto lunghi? Semplicemente perché «in passato ci sono state visioni e visionari che hanno tralasciato le soluzioni nei dettagli»: oggi si devono assumere decisioni, non fare proposte. «Per ricapitalizzare le banche, comunque, – puntualizza la cancelliera tedesca – useremo criteri che vanno bene a tutti i Paesi membri». Un modo come un altro per negare che esistano divergenze tra tedeschi e francesi e per tranquilizzare anche gli altri partner che non vedono di buon occhio il direttorio Berlino-Parigi. Barroso, comunque, taglia la testa al toro: «La velocità della Ue non deve essere quella dei suoi Paesi più lenti, ma quella dei più rapidi». E lancia un piano per la ricapitalizzazione delle banche.

Sistema in tilt
In Italia sembra che il problema principale sia la spallata a Berlusconi. A questo sembrano finalizzati gli ultimatum della Marcegaglia, gli scioperi della Camusso, le contestazioni delle opposizioni che puntano a portare un loro leader sulla poltrona di Palazzo Chigi. Per ottenere lo sfratto tutto è diventato lecito, anche le bugie. In questi giorni, ad esempio, in casa Pd si discute molto sui tagli lineari a deduzioni e detrazioni fiscali che peserebbero sulla povera gente. Si parla perfino di riduzione del sostegno agli indigenti, mentre nulla di questo è previsto. Le misure sono contenute in una clausola di salvaguardia che diventerà operativa soltanto se il governo non riuscirà a fare la riforma fiscale. E questo, per il momento, è un problema che non esiste. Allora perché anche la Corte dei conti ha finto di credere a questa situazione? Probabilmente perché in questo Paese sono ormai molti a remare contro. E ognuno vuole piantare la propria bandierina, in una gara a chi riesce a disarcionare per primo Berlusconi.

Obama bocciato dal Senato
Obama mastica amaro. Con l’economia produttiva che sta inanellando performance inferiori al previsto, ha tirato le orecchie all’Europa, divisa sulle misure da prendere, poi ha messo insieme un piano da 447 miliardi di dollari per rilanciare l’occupazione. Il Senato, però, gli ha detto no. Hanno votato contro i senatori repubblicani e alcuni democratici: il piano anticrisi torna così in discussione. Ma Tomothy Geitner, segretario al Tesoro, adesso la recessione fa paura. È evidente, infatti, che se non si porrà rimedio al braccio di ferro in atto «la crescita sarà più lenta e più persone saranno senza lavoro». Lo stesso Senato Usa, invece, ha dato segnale verde alla legge anti-yuan, che prevede una sorta di punizione per le importazioni che arrivano dalla Cina, se Pechino continuerà a tenere  basso il cambio della propria moneta, utilizzandolo di fatto come un sussidio alle proprie esportazioni. La legge dovrà adesso andare alla Camera, ma a Pechino hanno già parlato di «guerra commerciale» e di «bomba a scoppio ritardato». I senatori americani, ha fatto rilevare il portavoce del ministro degli Esteri Mao Zhaoxu, «fanno della Cina il capro espiatorio dei problemi interni del loro Paese». La coperta è corta, in sostanza, e ognuno fa il possibile per tirarla dalla propria parte scaricando gli oneri sugli altri.