Castro: un doppio poker di misure per l’economia

«Prima dobbiamo pensare alla stabilità dei conti e all’abbattimento del debito pubblico poi possiamo cominciare a parlare di misure per lo sviluppo». Maurizio Castro ha appena lasciato i lavori della Commissione lavoro di Palazzo Madama per fare il punto sulle misure «che ormai ci vengono imposte dall’Europa». Senatore del Pdl dal 2008, Castro vanta una lunga carriera manageriale e accademica nel campo delle relazioni industriali e nelle politiche del lavoro. Dal suo punto di vista va messo sul tavolo un doppio poker di misure. Quattro per la stabilità e quattro per lo sviluppo. «Partiamo dalle prime quattro leve per raggiungere l’obiettivo di ridurre dal 120 al 90 per cento il rapporto tra debito pubblico e pil».

Si parla di una vendita del patrimonio immobiliare pubblico…

E questo è il primo punto, ma purché sia congiuntamente previsto in via straordinaria il cambiamento della destinazione urbanistica dei beni da cedere.

Faccia qualche esempio.

Prenda una caserma. Non è vendibile se la cessione non incorpora già la possibilità di trasformare l’area in uffici o residenze. Solo a quel punto diventa appetibile.

Passiamo alle privatizzazioni. Quali e come?

Ritengo che si debbano privatizzare tutte le compagnie controllate dagli enti locali. A cominciare dalle multiutility oligopoliste, solide, quotate come Acea, Hera, A2A, Ascopiave. Si vendono facilissimamente.

Eni, Enel e Finmeccanica non si toccano?

Non si toccano. Sono strategiche. Diverso il discorso per macro-società come Poste e Ferrovie. Di queste si potrebbero cedere quote intorno al 20-30 per cento ai propri collaboratori e ai propri clienti o utenti, adottando poi un modello duale di governance.

E sull’ipotesi condono?

Sono contrario. Siamo in una fase che definirei di “gravitas repubblicana”. In un momento in cui la comunità nazionale è sotto sforzo, si rischia di trarmettere un messaggio contraddittorio. Capisco tuttavia che bisogna far cassa e a questo punto preferirei pensare a un concordato di massa che chiuda tutti i contenziosi fiscali.

Viene invece data come quasi inevitabile la patrimoniale.

Da uomo di destra sono contrario all’idea di una patrimoniale classica che suonerebbe come punitiva della ricchezza in quanto tale. Meglio pensare a un prestito forzoso a carico dei titolari di grandi patrimoni e di grandi redditi, concentrato su titoli pubblici a lunga scadenza. Lo definirei un “prestito patriottico” che avrebbe anche un compiuto profilo etico. Potrebbe avere un significato per i centocinquanta anni dell’Unità d’Italia, ma non deve essere a fondo perduto.

Questa è la parte delle lacrime e sangue. Per lo sviluppo che misure propone?

Mi fa fare prima due premesse?

Prego…

Intanto sviluppo non equivale necessariamente a crescita, come tale misurata da incrementi del Pil. Dobbiamo premettere che per il sistema economico italiano la chiave del successo sta ormai nel riposizionamento competitivo delle nostre produzioni nei segmenti più elevati e più pregiati dei mercati internazionali. Tanto per intenderci, passare dalla jeanseria pratese da 10 euro a capo alla nicchia “high end” della veneta Jacob Cohen da 250 euro a capo. O per andare a un altro esempio no alla oreficeria, sì alla gioielleria.

E questo è ormai pacifico. Impossibile competere con Cina, India e altre nazioni sui campi low cost.

Però questo se determina il miglioramento dei margini va a detrimento dei fatturati.

Quindi il Pil da solo non è un parametro attendibile?

Esatto. L’altra premessa è che non possiamo trascurare mai la sostenibilità sociale dei provvedimenti, perché la coesione sociale è in sé un vantaggio competitivo in un modello dove la risorsa umana è il vettore dello sviluppo in quanto detentrice delle competenze distintive che spingono il riposizionamento. Per capirci meglio, dobbiamo evitare approcci giacobini come quelli che anche nel centrodestra spingono per interventi bruschi sulle pensioni.

Nel concreto quali misure di sviluppo sponsorizza?

Gliene dico quattro: primo, l’azzeramento dei contributi sui contratti di apprendistato delle piccole imprese e l’aumento di 1-1,5 punti i contributi sulle collaborazioni coordinate e continuative, spesso veicolo di precarietà. Secondo, relativamente alla Pubblica amministrazione, imponerrei la concentrazione di tutti i servizi e le funzione di supporto dei Comuni, quali acquisti, ragioneria, servizi tecnici, personale. Il beneficio stimato sarebbe di 20 punti di efficienza. Terzo, l’attivazione di una sorta di “special purpose vehicle” che consenta di liberare la liquidazione tempestiva dei crediti delle imprese verso le pubbliche amministrazioni senza deteriorare la posizione finanziaria ultima dei debitori.
L’ultimo asso del poker di misure?
Metteri sul tavolo una nuova legge “Tremonti” modulata sia sugli investimenti di processo, sia su quelli in capitale umano. Da qui si può ripartire.