«Bossi è sotto attacco dei suoi raìs locali»

Il copione è più o meno quello di sempre. Come i piloti di un bob a due su una pista di Cortina, Berlusconi imprime il massimo della spinta e salta su mentre Bossi davanti lavora di freno, facendo attenzione a non ribaltare il mezzo, una volta per tutte. Anche ieri alla Camera, mentre l’aula discuteva le misure sulle intercettazioni, in Transatlantico il premier rilanciava sull’azione del governo e sulla durata della legislatura: negli stessi minuti, nel cortiletto, il senatùr posizionava paletti sul futuro dell’esecutivo. Il solito stop and go sul quale un profondo conoscitore del fenomeno leghista, come Renato Besana, ha le idee chiare. «Il realismo di Bossi prevale su tutto, come sempre», spiega il giornalista e scrittore milanese, che assiste al valzer di dichiarazioni che arrivano dai Palazzi romani con il tipico distacco di chi sa leggere dentro il linguaggio della politica.

Che cosa intende per realismo, quando parla di Bossi?

È evidente che il leader della Lega ha ben chiaro le difficoltà in cui si muove il governo, ma è anche vero che se il Pdl, pur in calo nei sondaggi, sembra comunque tenere e programmare l’uscita di scena del Cavaliere, la Lega vede assottigliarsi il consenso proprio in virtù della difficile coabitazione nella maggioranza. È evidente che c’è una parte della Lega che non ha mai visto di buon occhio né l’alleanza col Pdl né l’integrazione tra Forza Italia e Alleanza nazionale: sono quei settori del Carroccio che oggi chiedono una Lega deberlusconizzata, che vogliono stare da soli o che addirittura guardano a sinistra. A tutto questo Bossi deve pensare, prima di pagare un prezzo troppo alto. Ecco perché deve ritagliarsi un ruolo di oppositore all’interno della maggioranza ma senza tirare mai troppo la corda.

L’obiettivo di Bossi è solo quello di riavvicinare il proprio elettorato o andare al voto l’anno prossimo?

Le due cose si confondono. Da un lato è una strategia politica della Lega di lotta e di governo, dall’altro è il modo per stare alla finestra e alzare il tiro delle richieste, tenendo a bada i malumori interni di chi chiede di mettere fine a questa esperienza. Nella Lega ormai le divisioni sono molto profonde e non riguardano solo i rapporti tra Bossi e Maroni. A livello territoriale la dirigenza è attraversata da rivalità, invidie, correnti, in balìa dei raìs locali. Il Carroccio oggi è la riproposizione della vecchia Democrazia cristiana, di cui ha preso più i vizi che i pregi.

I problemi di Bossi nascono più in “Padania” che a Roma, dunque?

Sì, il leader ha il terrore di perdere potere soprattutto a livello territoriale, non a caso guida il partito che difende lo status quo negli enti locali, le Province, le municipalizzate…

La rievocazione continua della Padania, spesso utilizzata in contrapposizione con il Capo dello Stato, nella base leghista meno istintiva e rozza fa ridere o viene presa sul serio?

Nessun leghista ride, quando si parla di Padania. La leggenda del popolo leghista ruspante e con l’anello al naso va sfatata definitivamente. Tutte le categorie che votano per il Carroccio, dai piccoli imprenditori ai commercianti, fino ai professionisti, non sono certo “baluba” e il fatto che identifichino la Padania come una battaglia in favore del nord produttivo è una realtà politica seria, non certo folkloristica.

E la leggenda del Tremonti “leghista”?

Credo che il ministro abbia più problemi con Berlusconi che non con Bossi oggi, ma è certo che i tagli agli enti locali, a mio avviso doverosi e giusti, non hanno certo facilitato i suoi rapporti con la Lega.

Il destino di Bossi e quello di Berlusconi è ancora legato a doppio filo?

Direi che li unisce innanzi tutto l’anagrafe, ma entrambi hanno ancora molto ascendente suo rispettivi partiti, non credo che molleranno facilmente.

Tra l’altro Bossi difende sempre Berlusconi quando si parla di gnocca…

Ormai è questa la cifra della politica italiana, il bipolarismo tra Forza gnocca e Forza orecchino, quasi due categorie antropologiche e culturali, ormai.