«Viva i ricchi, abbasso la casta»

Umberto Eco, recentemente, lo ha riconosciuto con grande onestà: «La nozione di sinistra si è disfatta. Qualcuno, non ricordo chi, ha scritto che la sinistra ufficiale sta facendo l’unica politica conservatrice possibile: difesa della Costituzione, difesa della magistratura, e così via. Difesa anche dei carabinieri, pensa tu se ce lo avessero detto al tempo del Piano Solo». È un buon modo – sia pur tendenzialmente autoassolutorio – per inquadrare la deriva di una sinistra sempre più reazionaria. A leggere bene le cronache politiche, tuttavia, sembra che vi sia un ulteriore elemento da aggiungere: la sinistra sta con i ricchi. La sinistra che va in brodo di giuggiole per Montezemolo, che mette sugli altari la Marcegaglia, che è solleticata dalla discesa in campo di Profumo. La sinistra alla «abbiamo una banca» (cit.). La sinistra che vorrebbe premier Draghi o Monti, dopo aver già mandato a Palazzo Chigi Romano Prodi: tutti e tre di sicuro più avvezzi con certi circoli bancari che non con fabbriche, campi e periferie disagiate. Proprio così. È la fine di tutta una mitologia (peraltro già sbugiardata da Vilfredo Pareto, che se la prendeva con la «plutocrazia demagogica»). L’immaginario pauperista, i brividi operaisti: tutto finito. Oddio, anche prima era una bella farsa: quelli che uccisero i proletari missini a Primavalle erano tutti figli di miliardari. Però almeno se ne vergognavano e nei discorsi davano a intendere di essere sempre con gli umiliati e offesi. Insomma, salvavano la faccia. Oggi è tutto alla luce del sole. Il nemico designato, in compenso, è “la casta”. Che, al netto di tutto ciò che certamente è migliorabile nel sistema politico italiano (ed è tanto…), in fin dei conti vuol dire semplicemente: il Parlamento. Cioè gli eletti. La sovranità popolare. La democrazia. Ovvero quella che fino a ieri (e talora fino a… oggi) hanno tentato di insegnarci.