Un’idea antica, anzi nuova: un partito autosufficiente

In principio fu Marco Pannella, elezioni dell’anno 1992: un nome che valeva come un simbolo. Per quel che voleva essere un sasso nello stagno nel segno della lotta alla partitocrazia. Il leader radicale è stato antesignano del partito ad personam che, a distanza di quasi vent’anni, rappresenta la regola. Sulla necessità di liberarsi dall’«ideologia del capo» è intervenuto ieri sul Corriere della Sera Valerio Onida: «I partiti non hanno, essenzialmente, programmi e politiche – ha scritto il presidente emerito della Consulta –  hanno un leader “indiscusso” (non solo il Pdl, ma anche la Lega, per esempio) e se non ce l’hanno sembra un segno di debolezza (il Pd, il cui statuto risente a sua volta di questa “ideologia del capo”). Abbiamo invece bisogno di partiti veri, che discutano e decidano, non solo che abbiano o designino un capo. Abbiamo bisogno di elezioni vere, non di un concorso di bellezza fra leader; di alternanze o di convergenze politiche, a seconda delle circostanze, non di un bipolarismo «coatto» a prescindere dalla qualità dei «poli». Per far fronte a questa stortura il costituzionalista suggerisce un nuovo sistema elettorale. Un reset che, in ogni caso, deve ritornare ai partiti come punto di partenza della politica.

La profezia di Craxi
Quella del partito usato come un abito da indossare dal leader di turno è comune a tutti. Prendiamo gli ultimi soggetti in ordine di tempo. Il loro comune denominatore è in primis l’antiberlusconismo, in secondo luogo il fatto di essere partiti del capo. Nichi Vendola, che lascia Rifondazione comunista per farsi il suo Sinistra e libertà, Gianfranco Fini e Francesco Rutelli, trovatisi in minoranza nei loro rispettivi partiti, che vanno a formare Fli e Api. Un dato che trova la sua avvilente conferma nella polemica tra Di Pietro e Bossi su quale dei due figli sia più qualificato. Come se un partito fosse un ufficio di collocamente per l’erede senza arte né parte, nella logica del partito azienda. Nel caso di Tonino e del Senatùr, di partito-bottega. Le differenze tra oggi e vent’anni fa? Bettino Craxi fotografò in maniera profetica la deriva della politica italiana in un intervista del febbraio 1999: «La partitocrazia – disse l’ex leader socialista al quotidiano di via Solferino – forse era una cosa seria in rapporto alla partitomania. Demonizzano la partitocrazia e fondano partiti personali. È un’involuzione medievale? No, è tribale». Il clima di Tangentopoli era rappresentato dalla demonizzazione dei partiti prima ancora delle persone. La Dc, il Psi e gli alleati del cosiddetto pentapartito erano rappresentati come la sentina di tutti i problemi e le storture d’Italia.

Il portaborse e le preferenze

Emblematico il successo di critica e di incassi de Il portaborse di Daniele Luchetti. Gli italiani si erano infervorati e indignati nel vedere i misfatti del ministro Botero (interpretato da Nanni Moretti) implicito esponente del Psi craxiano. In una scena di pochi secondi veniva demolito l’intero sistema del voto attraverso le preferenze. Il portaborse (Silvio Orlando) chiedeva al dirigente sanitario come facessero a far votare Botero. E il dirigente sanitario “maneggione” spiegava non solo come indirizzare i quattromila voti degli ospiti dei reparti ospedalieri, ma anche come identificarli:  «Per ogni scheda si possono dare cinque preferenze, no? Eh! Per i gruppi più piccoli e omogenei basta la tripletta; per quelli più complessi, be’, ci vuole la cinquina. “Uno”, seguito da “quattro e cinque” sono i voti degli Enti Mutilati; “quattro, uno, cinque” sono i conventi; “cinque, quattro, uno”, le cliniche convenzionate. Alle passate elezioni, con Castri, “uno, sei, nove”, indicavano i voti dell’Ospedale Maggiore; “cinque” in quarta riga, il gerontocomio e “due” in quinta riga, Luigi… l’infermiere dei lungodegenti, che m’ha promesso sessantacinque voti anche stavolta, eh!». Una conversazione che serve a rinfrescare la memoria a chi dà la colpa di tutto al Parlamento di nominati e invoca il proporzionale come la panacea di ogni male.

Partiti personali e loro conseguenze

Vent’anni dopo la vecchia identità dei partiti tradizionali è completamente stravolta. Il soggetto politico, che va a identificarsi completamente con il suo capo, ha cambiato anche il sistema di comunicazione. La persona si sovrappone ai programmi, così da far dipendere integralmente le sorti del soggetto politico a quelle del suo leader. Gioco facile giocare alla delegittimazione del leader per far vacillare conseguentemente il partito. La partita non si gioca più sui programmi elettorali e sulle idee, ma sulla conquista del consenso con l’immagine giusta, la frase a effetto. È la politica spettacolo che ha così disgregato la palestra di democrazia rappresentata dal partito che formava i suoi quadri attraverso un percorso di militanza che iniziava nei movimenti giovanili, passava per le istituzioni locali e veniva continuamente verificato dal voto di preferenza, che pure non è la panacea. Oggi la deriva rappresentata dal “partito del capo” è a un bivio: da una parte l’antipolitica, che vuole travolgere in un “cupio dissolvi” tutto e tutti, consegnando di fatto le chiavi del potere al mondo della finanza, delle imprese e delle professioni passando da una cosiddetta Casta a una serie di sottocaste. L’altra eventualità è affidarsi a una nuova (e al tempo stesso antica) idea di partito. Un soggetto autonomo e autosufficiente, che non operi in funzione del suo leader, ma che semmai sia in grado di produrlo.