Troppi sprechi: per la sanità occorre un cambio di passo

Ce lo siamo chiesto tante volte. È ancora possibile affermare che la salute non ha prezzo? Ne parliamo con il senatore Cesare Cursi, responsabile nazionale salute e affari sociali del Pdl e presidente della decima Commissione permanente di Palazzo Madama. «Le garanzie costituzionali sul diritto alla cura della persona sono state di fatto correlate dalla stessa Corte costituzionale alla effettiva disponibilità di risorse economiche a disposizione, così come avviene in altri settori statali».

Il che significa che i rigidi vincoli di bilancio governeranno la nostra sanità futura?

Significa semplicemente che si può avere una sanità eccellente mantenendo un rigido controllo dei conti che in passato è venuto meno.

La sanità nazionale sembra a due velocità, dove quella del centro-nord appare inarrivabile?

È una questione di organizzazione dei vari Sistemi sanitari regionali, non di risorse a disposizione. È questo il paradosso.

Cioè le risorse ci sono ma vengono spese male?

L’esperienza di questi anni ha dimostrato proprio questo: le Regioni che meno spendono sono le più virtuose quanto a servizi offerti, quelle cha hanno i conti fuori controllo sono anche quelle che garantiscono peggiori livelli essenziali di assistenza.

Ciò non toglie che la sanità costa, e non poco.

Ricordo che la spesa sanitaria risulta essere la voce più importante della spesa corrente delle Regioni (75% in media) ed è in costante crescita. Siamo passati dai circa 69 miliardi di euro del 2000 agli oltre 113 miliardi di euro nel 2010, con previsione di poco inferiore ai 115 miliardi per il 2011.

Un trend apparentemente inarrestabile, visto anche il costante invecchiamento della popolazione.

Molto si sta facendo e moltissimo rimane da fare. Mi preme sottolineare come la severa azione di verifica dei conti delle Regioni, messa in essere dallo sforzo congiunto dei ministri Fazio e Tremonti, abbia già dato ottimi risultati. Come noto, le Regioni in disavanzo non scaricano più sulle casse pubbliche i loro debiti ma hanno l’obbligo di alzare le proprie addizionali regionali a danno dei cittadini residenti. E anche questo, in attesa di un compiuto federalismo, è un segno di rispetto verso chi sa meglio amministrare.

Di federalismo in sanità si parla sempre con apprensione. Che contributo pensa questo potrà dare sul fronte del controllo della spesa?

L’obiettivo del federalismo fiscale è rappresentato dal passaggio ai “costi standard”, ovvero dall’esigenza di garantire uguale peso economico alle prestazioni sanitarie offerte dai vari Sistemi sanitari regionali. Infatti, i “costi standard” implicano un criterio di riparto dall’alto che incide positivamente sul sistema di autovalutazione delle Regioni, richiamando i dati della migliore produzione sanitaria (la cosiddetta best practice) al miglior prezzo (ovvero quello predeterminato, a fronte del quale le Regioni deboli potranno godere della perequazione al 100%).

Non crede che molto rimanga da fare anche sul fronte degli sprechi?

Se consideriamo che un ricovero su tre è inappropriato e che circa il 40% degli esami diagnostici e di laboratorio sono inutili, abbiamo già dato una prima risposta. Ma la situazione è più complessa. Abbiamo un modello sociale, tra i migliori al mondo è vero, che però costa troppo. Dobbiamo passare dal "tutto gratis a tutti" al "tutto gratis ma solo quello che realmente serve" e, mi creda, il percorso non è semplice.

Allude forse alla eccessiva facilità del ricorso al Servizio sanitario nazionale?

Credo che vada fatto un passo in avanti nel modo di intendere il nostro Ssn. Prioritaria ritengo una azione persuasiva nei confronti dei medici di Medicina generale – che vantano eccellenti professionalità – per far sì che usufruiscano di quel sistema integrato di servizi di prevenzione, cura e riabilitazione, garantito dal nostro Ssn, solo quei cittadini che ne hanno realmente bisogno. Oggi non sempre è così.

Lei sarebbe favorevole all’introduzione a forme di assistenza complementare?

Io credo che saranno il futuro. L’istituzione di mirati fondi integrativi del Ssn renderanno possibile riorientare la spesa privata dei cittadini verso ciò di cui le politiche pubbliche non riescono o non riusciranno a farsi carico. Cioè, orientare risorse verso i problemi di maggiore rilevanza sociale, come l’assistenza agli anziani non autosufficienti, sempre secondo uno schema di tipo solidaristico negoziale, non lasciando gran parte della popolazione da sola ma permettere di provvedervi in maniera autonoma, in base alla propria capacità reddituale.

Facile a dirsi. Ma nei fatti?

Occorrerebbe innanzitutto una azione di miglioramento degli incentivi fiscali per favorire lo sviluppo di tali forme di assistenza sanitaria integrativa. Sul totale di 279 fondi registrati solo 249 hanno già inviato tutta la documentazione prevista. Nei 187 fondi già registrati – di cui solo uno al Sud del Paese! – risultano iscritte tre milioni di persone, di cui 1,5 milioni come dipendenti e altri 1,5 milioni come parenti o pensionati. Dobbiamo impegnarci in tal senso nella convinzione di una spesa non più totalmente sostenibile per le casse pubbliche.