Totò tra precariato e “shock economy”

Napoli, nell’immaginario collettivo, è la capitale dell’arte di “arrangiarsi”. Un’arte ampiamente celebrata dalla commedia eduardiana, dagli indimenticabili capolavori filmici di Totò. Girovagando per le strade e i vicoli non passano inosservati i mille mestieri esercitati da chi combatte quotidianamente con tutte le sue forze il precariato. Una lotta che spesso si svolge sul confine tra legalità e illegalità. Nel ventre di Napoli non è difficile incontrare piccole ma fiorenti aziende di qualità – spesso a conduzione familiare – che sostanziano la loro attività con il portato di un’antica e consolidata tradizione artigiana. Quello stesso artigianato che nei primi del ’900 ebbe a registrare una pesante mortificazione a tutto vantaggio dell’industria. La Napoli di Nitti, dell’industria bellica, dell’industria pesante, dell’industria assistita. Della Napoli che presentava la concentrazione industriale più alta del Mezzogiorno. Di quelle industrie che non sono riuscite a essere competitive e che, progressivamente, sono passate dai ridimensionamenti allo smantellamento, lasciando una lunga e dolorosa scia di esuberi, cassintegrati, prepensionati.
Il rifiorire della tradizione artigiana dei sarti, dei calzaturieri, delle paste alimentari, della pasticceria secca, della lavorazione del cioccolato, altro non è che il riaffiorare dell’anima antica della città. Lo spirito di adattamento. La capacità dell’ingegno di fronteggiare gli effetti perversi di un’economia precaria. Una precarietà figlia del connubio tra una classe politica priva di efficaci strategie di lungo respiro e un’imprenditoria sostanzialmente assistita. Grazie ai limiti nella gestione del territorio e delle pubbliche risorse, si cedono intere aree urbane a soggetti privati e a società pubbliche di interesse privato, per progetti speculativi e di acquisizione a costi zero del patrimonio pubblico urbano e cittadino. L’attenzione della speculazione è ora polarizzata sulle aree degli ex poli industriali. Si tratta ovviamente di suoli di gran pregio. Secondo una tecnica già collaudata e logiche da “shock economy”, si adoperano come un grimaldello i grandi eventi per portare avanti nuove speculazioni, ulteriori privatizzazioni e altre precarietà. Questa volta sono utilizzati nel creare nell’immaginario mediatico attese salvifiche l’America’s cup e il Forum Mondiale delle Culture. Il primo doveva interessare specificatamente l’area di Bagnoli, il secondo, a macchia di leopardo, un po’ tutta la città.  
Le grandi opere di trasformazione urbana sono presentate come preziose opportunità per l’occupazione mentre in realtà è in itinere un inarrestabile processo di privatizzazione della città. Per l’area est sono previsti investimenti per 2,3 miliardi di euro di provenienza privata, la bonifica dei suoli del petrolchimico, un parco urbano di 90 ettari, la costruzione di centri commerciali, del porto turistico di Vigliena. Nella parte occidentale, invece, doveva essere impiantata la sede logistica dell’America’s cup, con la speranza che avrebbe accelerata l’ultra decennale opera di riqualificazione.
Ma le preoccupazioni che le opere necessarie allo svolgimento della competizione internazionale potessero determinare la cementificazione del litorale e modificarne il piano di bonifica erano molto forti al punto che il sindaco De Magistris riteneva opportuno inserire nel protocollo d’intesa che sarebbe dovuto essere sottoscritto con gli organizzatori della gara velica, una clausola con cui si ribadiva che «la disciplina urbanistica vigente del Comune di Napoli persegue irrinunciabili finalità di tutela dell’integrità fisica e dell’identità culturale del territorio, da conseguire, in particolare, attraverso il ripristino dell’originaria conformazione naturale della linea di costa, alterata nel tempo dalla colmata a mare realizzata a vantaggio dell’insediamento industriale dismesso, da conseguire attraverso l’attuazione delle scelte sancite con la variante al piano regolatore generale della zona occidentale di Napoli e con il piano urbanistico esecutivo di Bagnoli». Il che significava che tutto il costruito sul litorale di Coroglio avrebbe avuto carattere di precarietà.
Gli eventi programmati sarebbero stati senza alcun  dubbio un’importante occasione per Napoli in termini d’immagine, di occupazione, di flussi turistici, di commercio e di cultura. Ma qualcosa è andato storto. Sarà, infatti, la città di Venezia a ospitare le tappe previste per il 2012 e per il 2013 dell’America’s Cup Word Series. E mentre principia il patetico gioco dello scaricabarile per le responsabilità del mancato accordo con gli americani, a Napoli, malinconicamente, resta solo il Forum. Si tratta tuttavia di un evento d’importazione, estraneo alle tradizioni del territorio e le cui ricadute (se ci saranno…), con ogni probabilità, si esauriranno con la conclusione della kermesse. Non sarebbe stato, ad esempio, più giusto programmare la riqualificazione dell’area est in funzione di un imprescindibile potenziamento infrastrutturale del Porto di Napoli? Non sarebbe stato più aderente alle necessità dei tempi, una Variante per l’area occidentale che non si limitasse alla mera razionalizzazione distributiva di servizi e insediamenti di limitata portata civile o sociale, ma fosse invece finalizzata allo sviluppo? È proprio nella mancanza di una progettualità e di una gestione del territorio di largo respiro che va ricercata una delle radici dell’ordinaria precarietà.