Sull’art. 18 va in scena la commedia degli "errori"

Non si può continuare a litigare su tutto. Ne sembra convinto Raffaele Bonanni che, dopo le polemiche al calor bianco che hanno fatto seguito allo sciopero della Cgil e le bandiere della Cisl bruciate in piazza a Palermo, chiama Susanna Camusso e gli propone un patto sull’articolo 18, mettendo nero su bianco un’intesa in cui il sindacato si impegna a non fare uso della possibilità di derogare in azienda dal vincolo di non licenziare. È il ramoscello d’Ulivo a lungo atteso o è solo una mossa contingente dettata dalla necessità di calmare gli animi per non dividere ulteriormente il mondo del lavoro? Al momento è difficile dirlo. La Camusso, infatti, non si scompone: «È un inizio», si limita ad affermare. Poi cerca di portare acqua al proprio mulino: «Pare – sottolinea – che lo sciopero generale abbia fatto bene e abbia prodotto i suoi effetti. Dopodiché bisognerà fare una discussione vera su cosa vuol dire fare un accordo oggi». A Corso d’Italia, dunque, non dimenticano. Sulla manovra, sullo sciopero, sui referendum in Fiat e su altre cose sono volate parole grosse che hanno prodotto fratture che non possono scomparire da un momento all’altro. E la Cgil sembra intenzionata ad avere comunque l’ultima parola. Così a Bonanni che, con riferimento alla possibile deroga all’articolo 18, dice «stabiliamo che non ne faremo uso è così rassicureremo tutti» si risponde che «si può provare a discuterne», ma la questione è un po’ più complessa di quanto non dica oggi la Cisl.
Quell’articolo 8 della manovra economica e la lettura da dare non esauriscono, in sostanza, il problema dei rapporti tra le organizzazioni sindacali. Giovanni Centrella, segretario generale dell’Ugl dice che si rischia di «discutere del nulla più assoluto. Un sindacato che intende davvero difendere i lavoratori – afferma – non ha bisogno di stendere documenti in cui sottolinea che non verranno date deroghe all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Molto più semplicemente non firma accordi aziendali in cui autorizza qualcuno a licenziare qualcun altro e così elimina la questione alla radice». Quindi una sfida a governo, associazioni datoriali e colleghi delle altre organizzazioni sindacali. «Dopo l’intesa del 28 giugno sottoscritta anche dalla Cgil – fa notare Cetrella – ci eravamo tutti seduti attorno a un tavolo per parlare di sviluppo. Che fine hanno fatto quelle proposte?».
L’Ugl dimostra di guardare lontano. Le misure varate in queste settimane dal governo sono tese a tamponare il contingente e a far quadrare i conti. Poi ci sarà la necessità di pensare al futuro, programmando investimenti, allargando i consumi, facendo lavorare di più le aziende e dando impulso alla crescita e all’occupazione. È evidente, infatti, che se la ricchezza del Paese non riprenderà ad aumentare il gettito fiscale non aumenterà e le tasse non potranno calare liberando le risorse che si rendono necessarie per dare nuovo sprint all’iniziativa privata. Perché allora non iniziare a parlarne? La delega alla riforma del fisco è già sul tavolo, ma difficilmente potrà produrre i risultati che tutti si aspettano se le risorse da mettere in gioco non aumenteranno. Non c’è dubbio che finché il 52 per cento del Pil di questo Paese andrà a finanziare la spesa pubblica, in gran parte parassitaria e clientelare, poco o nulla si potrà fare. È quindi bene che ognuno si sforzi di fare la propria parte nella ricerca delle strategie per abbattere i tabù e rompere le ingessature che impediscono alle nostre aziende di essere concorrenziali. L’articolo 8 della manovra si propone di perseguire questo obiettivo per dare risposte ai giovani, il resto sono solo parole. Per chi oggi lavora a progetto si aprono le porte del rapporto a tempo indeterminato. E non casca il mondo se per ottenere tutto questo sarà necessaria un’intesa con il sindacato che stabilisce cosa succederà se le commesse dovessero calare.