Sul Pdl la maledizione della barzelletta

Chiamate i fratelli Winchester. Quelli di Supernatural che scacciano i demoni a colpi di fucilate al sale e secchiate di acqua santa. Può andare bene pure un esorcista, un Milingo fuori servizio, un fra’ Cionfoli senza chitarra. Ormai è un fatto innegabile anche per i miscredenti, un dato che toglie ogni perplessità persino a un cartesiano alla Odifreddi. Sul centrodestra incombe la maledizione della barzelletta. Finora l’unico posseduto sembrava Silvio Berlusconi. Da ieri l’entità malefica, una sorta di Gino Bramieri dei diavoli, ha preso possesso del corpo di un insospettabile, il serio, competente, morigerato, specchiato Maurizio Sacconi. Lui è davvero «la serietà al governo», altro che lo slogan di Romano Prodi. Sacconi, tanto per capirci, è uno che in ascensore al massimo parla del tempo. Il curriculum non è mica da ex venditore di Publitalia che per intrattenere i clienti è costretto a conoscere a memoria tutto il repertorio di Pippo Franco. La tempra è di uno cresciuto con gli interventi dei congressi del Psi dove il massimo dell’ironia erano le allusioni di Bettino Craxi ad Andreotti («È una vecchia volpe, ma alla fine le volpi finiscono in pellicceria»). E giù risate a crepapelle e tirate di gomito tra Intini e Martelli. E se non erano congressi socialisti erano le adunate di Comunione e liberazione quando Roberto Formigoni aveva ancora la barba e non conosceva le camicie a fiori.
Tutto questo fino al fatale mercoledì 7 settembre 2011, quando nel corso della festa di Atreju, il ministro del Welfare affronta il tema dell’articolo 18 dei lavoratori con i ragazzi del movimento giovanile del Pdl. Vuole fare il professore alla mano, quello che “oggi spiega ma non interroga”, si scioglie, l’argomento è ostico, e qui succede il patatrac. «Faccio un esempio un po’ blasfemo – dice Sacconi per catturare l’attenzione della platea – per rispondere alla Cgil rispetto agli scenari apocalittici che ha fatto. Vale quello che disse una suora in un convento del ’600, dove entrarono dei briganti. Le violentarono tutte tranne una. Il Santo Uffizio la interrogò e le chiese: “Ma come mai non è stata violentata?”. Lei rispose: “Perché ho detto di no”. Ecco: come le suore non stuprate, i sindacati possono dire di no». Dal video non ci sono evidenze, ma chi era al parco del Celio sostiene che qualcosa è successo. Chi era presente giura di avere sentito puzza di zolfo, altri testimoni oculari affermano di avere visto la testa di Sacconi girare per 180 gradi come Linda Blair e terminare con un «Perché mi fai questo Demi?». È vero pure che dalle riprese video che circolano su youtbe non emerge niente di tutto questo. Ma il fatto è facilmente spiegabile. In video queste cose non risultano mai, un po’ come per i vampiri che non si vedono negli specchi. Questo lo sanno tutti, basta avere visto Twilight o una puntata di Voyager.
Ovvio che il fatto abbia scoperchiato il vaso di Pandora dell’opposizione. “Quando ricapita un’occasione così?”, deve essersi detta Rosy Bindi fregandosi le mani.Erano dai tempi del «più intelligente che bella» di Berlusconi a Porta a Porta che la presidente Pd non si sentiva così coinvolta nel dibattito politico. «Alle religiose e alle suore pubblicamente messe alla gogna da un ministro della Repubblica la mia piena solidarietà e la mia riconoscenza per tutto quello che fanno al servizio delle nostre comunità». La barzelletta ha ringalluzzito anche le donne di “Se non ora quando” che dai tempi di Ruby attendevano un’occasione del genere. «La violenza dello stupro – tuonano nella nota – è la forma più brutale di negazione dell’altro. Non comprende nessuna forma di linguaggio, non ammette nessun sì e nessun no. Come scrisse in occasione del 13 febbraio Suor Rita Giarretta, ripetiamo tutte insieme al ministro Sacconi: “Non ti è lecito”.
«Inaccettabile», «inqualificabile», «vergognoso», sono gli aggettivi più frequenti del centrosinistra che sguazza nelle occasioni in cui può contestare gli esponenti del Pdl sul piano del galateo. Ormai la tattica è collaudata: si riprende un video del giorno prima e lo si mette in rete esponendo alla pubblica gogna il diretto interessato non entrando nel merito delle sue azioni politiche, ma per qualche gaffe o qualche esternazione più colorita. Succede in maniera frequente con Berlusconi. Un video di una barzelletta raccontata in piena notte davanti a via del Plebiscito scatenò le ire degli indignati di turno. È capitato con Renato Brunetta quando disse: «Siete il peggio dell’Italia», alla figlia del senatore Russo Spena, che aveva fatto irrruzione nel mezzo di un convegno presentandosi come una precaria indigente. Non è sfuggita all’agguato mediatico la governatrice del Lazio, Renata Polverini, che ha reagito in modo sanguigno all’imboscata di chi la contestava. Ma basta un video di pochi secondi nel quale si va a estrapolare la caduta di stile per esporre l’avversario al pubblico ludibrio. Non manca Susanna Camusso, che ovviamente strumentalizza la questione da donna e da leader Cgil: «Sgomenta l’idea che a un ministro della Repubblica venga in mente di utilizzare lo stupro come esempio per distinguere le opinioni che i sindacati possono avere sulla manovra».  
Dal centrodestra, il senatore Maurizio Castro, capogruppo del Popolo della libertà in Commissione lavoro ha preso le difese del ministro del Lavoro, ricordando che Anna Finocchiaro e Pierluigi Zanda «al tempo della vicenda di Eluana, fiancheggiarono il padre Englaro che definiva cattive le suorine amorevolmente dedicate alla cura di sua figlia, e buona la morte per fame e per sete che egli le aveva inflitto». Mentre il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella ricorda: «Chi si scandalizza per la metafora dello stupro usata dal ministro Sacconi sembra colpito da una grave forma di strabismo ideologico, che mette a fuoco solo la figura retorica adoperata e non prende in considerazione il fatto di cui si parla». Per il sottosegretario Roccella «se di qualcosa bisogna scandalizzarsi è l’aver informato male i cittadini su una questione tanto delicata suscitando paure ingiustificate: le bugie, care amiche della Cgil, non sono metafore». La replica di Sacconi («È una storiella che mi raccontò Guido Carli per sdrammatizzare un momento critico») arriva in serata. «Sfortunato quel Paese nel quale dovessero prevalere il rifiuto di ogni dimensione ironica e la perdita della capacità di sorridere anche di fronte ai paradossi più politicamente scorretti», premette il ministro. E sulle polemiche sollevate ricorda: «Non volevo offendere nessuno» ma «offende ancor più la disonestà intellettuale di quanti, ancora una volta, usano ogni pretesto per criminalizzare chi tocca l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, perfino in relazione ad un semplice atto di fiducia nei confronti della contrattazione collettiva».
A scanso di equivoci, se da domani nel centrodestra comincia a raccontare barzelllette anche Gianni Letta, chiamate davvero un esorcista.