Sicuri che ora tocchi a loro (di nuovo)?

Ci sono i pullman, le adesioni degli intellettuali e degli artisti, c’è l’immancabile conferma della presenza di Antonio Di Pietro. Tutto pronto, insomma, per la manifestazione di sabato organizzata a Roma da Nichi Vendola sotto le insegne di Sinistra ecologia e libertà e con lo slogan «Ora tocca a noi». Ancora non si hanno notizie dal Pd, ma nulla di più facile che all’ultimo momento i suoi esponenti decidano di aggregarsi. E che lo facciano rigorosamente “a titolo personale”, come usano ormai da tempo per le manifestazioni altrui a cui un po’ non vorrebbero andare, perché magari non ne condividono fino in fondo le ragioni o non le trovano convenienti, e un po’ vorrebbero andare, perché poi la piazza ha sempre il suo fascino e il suo potere e lasciarla del tutto agli altri non va granché bene. Nichi Vendola, comunque, li aspetta a braccia aperte. La manifestazione, non fa che ribadire, è aperta a tutti quelli che «non si rassegnano ad assistere impotenti al declino italiano», come ha scritto qualche giorno fa sul suo blog. Sogna, il governatore della Puglia, un nuovo Ulivo. E sogna di diventarne leader vincendo le primarie per le politiche del 2013. La candidatura la ha avanzata da mesi e da mesi è impegnato a sostenerla con una grande mobilitazione mediatica e di piazza, che proprio il primo ottobre dovrebbe prende la volata nazionale dopo una serie di incontri locali.

Sognando un nuovo Ulivo

Vendola lavora al nuovo Ulivo e non lo nasconde. «Penso che l’atto politico simbolico di questo incontro abbia iniziato un processo che non sarà più possibile fermare. La gente nostra ci chiede di faticare per trovare la traccia per un’alternativa», ha detto un paio di settimane, dopo un incontro a Vasto con Di Pietro e Bersani che subito è stato letto dagli osservatori come il primo passo per una ritrovata unità. Nel Pd, si sa, non fanno i salti di gioia di fronte all’ipotesi di una competizione interna con l’affabulatore di Bari, che in prima persona o con i suoi candidati (si veda Pisapia) ha già sbaragliato più volte i compagni democratici. Ciò non toglie che pochi giorni dopo l’incontro abruzzese, Massimo D’Alema abbia salutato la possibile nascita di un nuovo Ulivo come la chiave di volta per vincere le elezioni. «Sulla base di sondaggi e anche sulla base dei risultati delle ultime elezioni amministrative, l’incontro tra Bersani, Vendola e Di Pietro rappresenta quasi il 45 per cento del popolo italiano e quindi – ha detto il presidente del Copasir – va guardato con rispetto da parte di tutti».

La forza di uno slogan: «Ora tocca a noi»

Dunque, il centrosinistra tenta di ripartire da qui con la prospettiva, per dirla con Vendola, «di costruire una risposta per voltare pagina e avviare il cambiamento», perché, ha aggiunto il governatore, «ora tocca a noi». Da grande comunicatore quale è, Vendola ha trovato uno slogan bello e che funziona: è assertivo, immediato, in sole quattro parole trasmette l’idea del protagonismo e della partecipazione, dell’indignazione, della necessità del cambiamento. Trasmette, soprattutto, l’idea che sia arrivato il momento di cogliere una chance che non si è mai avuta.

Ma a loro è già toccata e fu “più tasse per tutti”
In realtà, quella chance c’è stata eccome e quando «è toccata a loro» non è che sia andata benissimo. Dal punto di vista economico rimane negli annali dei provvedimenti con l’accetta la cosiddetta eurotassa. Era il primo governo Prodi, bisognava entrare nella moneta unica e l’allora presidente del Consiglio pensò bene di risolvere il problema con un bel decreto ad hoc, varato mentre gli italiani erano praticamente già tutti presi dalla preparazione del cenone di capodanno (il decreto porta la data del 30 dicembre 1996). La tassa, era la promessa, sarebbe stata restituita. Tre anni dopo, invece, per gli italiani ci fu solo una compensazione e solo per il 60%. Nel frattempo però erano state introdotte nuove tasse che, secondo molti analisti, di fatto annullarono l’effetto del “rimborso”. Non è andata meglio nel secondo governo Prodi. Nacque sotto l’egida dell’Unione, durò dal maggio 2006 al maggio 2008 e l’attività in cui riuscì meglio fu proprio l’introduzione di nuove tasse. Ai tempi della Finanziaria 2007 fu calcolato che le nuove voci di prelievo inventate a vario titolo erano 69. In quell’anno, secondo l’Istat, la pressione fiscale arrivò al 43,3%. È lo stesso livello attuale, solo che allora non c’era la crisi di oggi. Ancora nel 2007 ci fu il caos degli studi di settore, che erano stati introdotti dallo stesso Prodi durante il suo governo precedente. Praticamente tutti gli addetti ai lavori concordarono che erano stati ricalcolati in modo iniquo e la Cgia di Mestre rilevò che almeno il 70% delle imprese artigiane avrebbe pagato una media di 3mila euro in più all’anno senza che questo esborso corrispondesse davvero a un incremento delle entrate.

Le liberalizzazioni «finte e pericolose»
Se ci si sposta al comparto sviluppo non è che sia andata molto meglio. Le liberalizzazioni dell’allora ministro Bersani avrebbero dovuto favorire la competitività, a vantaggio dei lavoratori e dei consumatori. I consumatori le definirono «finte e pericolose» e tra i lavoratori non vi fu categoria interessata che non si ribellò. Avvocati, architetti, tassisti, farmacisti, notai e chi più ne ha più ne metta si disposero sul piede di guerra per un provvedimento che venne fortemente criticato dalla stessa sinistra di governo, che passò solo grazie alla fiducia e che fu seguito da una valanga di ordini del giorno con osservazioni e raccomandazioni perché venisse un po’ raddrizzato.

Quando la Levi Montalcini teneva la baracca

«Io ritengo – disse il presidente della Camera dell’epoca, Fausto Bertinotti – che si debba considerare i decreti solo come un’eccezione alla regola». Ma nel campo delle dinamiche parlamentari, l’uso dei decreti e delle fiducie era il minore dei mali del governo Prodi. Fu a Palazzo Madama che quell’esecutivo diede il meglio di sé, restando ostinatamente attaccato all’altalena del “un voto in più, un voto in meno”, garantito solo dai senatori a vita, ovvero dalle condizioni di salute ora di Rita Levi Montalcini ora di Renato Dulbecco.

Tutti contro tutti, dai Dico all’Afghanistan

D’altra parte era stato chiaro da subito che quel governo, che aveva la pretesa di tenere insieme anime tanto diverse tra loro, non sarebbe stato una passeggiata. Prodi ottenne l’incarico di formare l’esecutivo il 16 maggio, il 23 fu costretto a richiamare i ministri a «lavorare a testa bassa e parlare soltanto quando è stata presa una decisione». Le politiche economiche erano solo uno degli aspetti su cui a Palazzo Chigi non ci si riusciva proprio a mettere d’accordo. In tema di diritti civili vale la pena ricordare tutto il gran balletto che vi fu intorno ai Dico della coppia Bindi-Pollastrini: se ne parlò per mesi, si arrivò a un testo di compromesso al ribasso e alla fine, comunque, ci fu la dissociazione del ministro della Giustizia Clemente Mastella e dei cattolici della coalizione. Quanto alla politica estera, poi, per rifinanziare la missione in Afghanistan servì il voto di fiducia perché i dissidenti della sinistra radicale minacciavano voto contrario. Per far approvare l’allargamento della base Usa di Vicenza, sostenuto dal ministro della Difesa Arturo Parisi, fu invece determinante il voto della Lega.

Alle origini del precariato
Ci furono, nel mezzo, le parentesi dei governi D’Alema. Anche quella stagione, durata dall’ottobre 1998 all’aprile del 2000, si ricorda per i fortissimi contrasti interni alla sinistra, in particolare sulle missioni all’estero e sulle politiche per il lavoro. L’approvazione del pacchetto Treu, considerato l’atto normativo che per primo ha consentito la nascita del precariato, fu frutto della staffetta tra i governi Prodi e D’Alema. E, per concludere con il comparto riforme, vale la pena ricordarne un’altra non proprio riuscitissima: quella del Titolo V della Costituzione, varata da un secondo governo Amato ormai agli sgoccioli e fonte ancora oggi di non pochi problemi nella distribuzione delle competenze tra Stato ed enti locali.