“Si salvi chi può!” E iniziò la morte della patria

Meglio di Galli Della Loggia e De Felice, meglio degli storici e dei politologi, l’ha raccontato… Raimondo Vianello. Il popolare comico, scomparso più di un anno fa, raccontava di aver aderito alla Rsi «per ribellione verso i Savoia dopo quello che era successo l’8 settembre, per ribellione verso il colonnello comandante che il 12 settembre, con un piede già sulla macchina carica di roba, mi chiamò per dirmi a bassa voce: “Vianello, si salvi chi può!”». Ecco, il sussurro laido di quel graduato rappresenta davvero la voce della patria che muore all’indomani di un voltafaccia storico che, scriverà De Felice, «è un unicum nella storia mondiale, per dimensioni e peculiarità». Si dirà: ancora con l’8 settembre? Ancora a riaprire certe ferite? Obiezioni comprensibili, ma attenzione: una ferita può dirsi rimarginata se la sua infezione non ha più effetti sul corpo sano dell’intera nazione. Insomma: se decidiamo che “la morte della patria” è ormai alle spalle, che la solidità della nostra identità nazionale è priva di crepe, allora d’accordo, possiamo voltare pagina. Diversi segnali,  tuttavia, ci indicano che le cose non stanno proprio così.

La morte della patria.
Facciamo un passo indietro, torniamo all’Italia degli anni ’90. Quello che Piero Ignazi ha definito “il polo escluso” si ripropone con clamore sulla scena politica. L’intellighenzia è spiazzata: tutto a un tratto si trova ad avere a che fare con i neo-postfascisti al governo e con l’emergere del movimento leghista. La contingenza è quella giusta per interrogarsi sullo stato di salute del patriottismo italico. Gian Enrico Rusconi, già nel 1993 (quindi prima dell’ascesa al governo di Berlusconi), dà alle stampe un libro il cui titolo è tutto un programma: Se cessiamo di essere una nazione (Il Mulino). Tre anni dopo è Ernesto Galli Della Loggia ad andarci giù duro con il suo La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica (Laterza). Le tesi del professore, certo non sospettabile di simpatie fascistoidi, fanno male a un certo mondo politico-culturale. Della Resistenza – presunto argine, secondo la vulgata, alla “morte della patria” – Galli Della Loggia dice: «Perché essa potesse svolgere quel compito di integrazione democratico-nazionale che oggi si richiede da lei (…) sarebbe stato necessario che essa – non oggi, ma cinquant’anni fa – fosse stata una cosa diversa da quella che fu». Intanto quel Renzo De Felice già processato, condannato e (parzialmente) assolto in appello dal mondo della cultura italiana in seguito all’accusa di “revisionismo”, dava alle stampe quel gioellino di anticonformismo storiografico che è Rosso e nero (Baldini & Castoldi). Qui lo storico reatino non faceva sconti: con l’8 settembre, scriveva, comincia «lo svuotamento del senso nazionale che fa di quel giorno la data simbolo del male italiano. È il carattere stesso di un intero popolo che viene messo in discussione». E ancora, più avanti, rincarando la dose: «L’8 settembre ci fu uno “sciopero morale”».

De profundis
In controluce al dibattito di metà anni ’90, va detto, si trovava un analisi tutt’altro che recente. Il primo a parlare di “morte della patria” in relazione alle vicende accadute tra 25 luglio e 8 settembre del 1943 fu infatti un giurista sardo, Salvatore Satta, che tra il giugno del ’44 e l’aprile del ’45, in un paesino della campagna friulana fra Udine e Trieste, scrive il suo apocalittico De profundis (Adelphi). Rievocando i giorni del voltafaccia sabaudo, Satta scriveva: «La morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell’individuo. Come naufrago che la tempesta ha gettato in un’isola deserta, nella notte profonda che cala lentamente sulla sua solitudine egli sente infrangersi a uno a uno i legami che lo avvincono alla vita, e un problema pauroso, che la presenza viva e operante (anche se male operante) della patria gli impediva di sentire, sorge e giganteggia tra le rovine: il problema dell’esistenza». L’8 settembre come tragedia esistenziale: al di là di tante analisi storiche, il dato che balza all’evidenza è proprio questo, quello di uno sfaldamento etico, di una catastrofe morale. Di qualcosa che va oltre il fatto bruto e coinvolge, appunto, la sfera del radicamento, dell’identità. E non solo, badate, dell’identità di chi si senta legato in qualche modo al mondo uscito sconfitto dalla Seconda guerra mondiale. Per questo ambiente, anzi, la categoria del “tradimento” resta abbastanza rassicurante, perché permette di autoescludersi dal tracollo. L’8 settembre, al contrario, costituisce problema proprio per chi nella Resistenza veda una tappa fondamentale della storia nazionale e che però deve fare i conti con quel tornante storico accidentato e sconnesso. «È certo assai più difficile perdere una guerra che vincerla – scrisse Curzio Malaparte in La Pelle rievocando il fatidico giorno: «A vincere una guerra sono tutti buoni, non tutti sono capaci di perderla». Appunto: è l’Italia che “ha vinto” (si fa per dire…) che deve fare i conti con l’8 settembre, non quella che “ha perso”.

Tutti patrioti (o no?)

Rievocando pochi anni fa sul Corriere della Sera il dibattito degli anni ’90, lo stesso Galli Della Loggia individuava del resto il tasto dolente toccato dalle sue analisi e da quelle dei suoi colleghi: «Stracciarsi le vesti contro la sola idea di “morte della patria” e contro il suo uso storiografico serve, in realtà, ad accreditare una versione del passato in vari modi politicamente utile nel presente. Utile per esempio ad accreditare retrospettivamente alla sinistra una supposta devozione agli interessi nazionali in realtà all’epoca per molti aspetti più che dubbia». Ecco, questo sì che è un bel tema, tornato d’attualità proprio qualche mese fa, in occasione del 150esimo anniversario dell’unità d’Italia. Perché, come succede sempre da noi, il passato non viene metabolizzato, con processi anche lunghi e dolorosi ma alla fine risolutivi. No, noi veleggiamo sempre tra Piazzale Loreto e lo “scurdammoce ’o passato”. Tra la faida feroce e il far finta di nulla. Il passato non lo comprendiamo, lo riscriviamo. A nostro uso e consumo. E così, in occasione del 17 marzo, è stato più comodo dirsi tutti patrioti che cercare di esserlo davvero. E pazienza se le due culture egemoni del dopoguerra – la marxista e la cattolica – col Risorgimento avevano più che il dente avvelenato. E pazienza se il Pd, che di quelle due tradizioni è erede, si è improvvisato custode del tricolore. Da noi va così. Le ferite aperte (su diversi piani e gradi di intensità: il brigantaggio, il fascismo, gli anni di piombo, Tangentopoli) restano tali, tutt’al più ci scorda che esistano. Il che non vuol dire che smettano di sanguinare.