Se Walter Rossi torna a essere cosa loro

Ieri erano 34 anni dall’omicidio di Walter Rossi. Nella piazza che gli è dedicata alla Balduina, vicino a dove fu ucciso, c’è stata una cerimonia per ricordarlo. Il padre Franco, però, non ha partecipato. Era un’assenza annunciata, perché «mi toccherebbe litigare con quelli là, che cercano solo rogne», ha detto l’uomo al Corriere della Sera di ieri. «Quelli là» si sono firmati «i compagni e le compagne di Walter» e hanno organizzato, in luogo della commemorazione, un presidio antifascista. Il loro scopo era impedire al sindaco Gianni Alemanno e alla governatrice Renata Polverini di portare l’omaggio della città e della Regione alla memoria di questo ragazzo di vent’anni, che era militante di Lotta continua e che fu ucciso da un colpo di pistola durante una manifestazione a viale delle Medaglie d’oro. Il suo resta uno dei 19 omicidi irrisolti degli anni di piombo.
Alemanno e la Polverini, d’accordo con Franco Rossi, ieri non sono andati per evitare che si scatenasse una gazzarra. Hanno mandato dei delegati: la vicesindaco Sveva Belviso e l’assessore Angela Birindelli. La gazzarra c’è stata lo stesso. «I compagni e le compagne» hanno preteso che non si avvicinassero al monumento che ricorda Walter Rossi e nulla è valso a convincerli che quello era l’omaggio delle istituzioni. Alla fine Belviso e Birindelli hanno deciso di affidare la deposizione delle corone ai vigili pur di non far mancare il ricordo della Capitale e della Regione. Le corone però sono state deturpate, i nastri con i colori istituzionali sono stati gettati nella spazzatura. Gli unici fiori preservati dalla furia ideologica sono stati quelli della Provincia. I trenta che erano in piazza hanno stabilito che la giunta Zingaretti è l’unica titolata a rappresentare la città di Roma.
Si è verificato esattamente quello che aveva pronosticato Franco Rossi, in quell’intervista addolorata, disgustata eppure straordinariamente capace di lasciare fuori la rabbia e mantenere la barra fissa sulla necessità del dialogo e sulla ricerca della pacificazione. «Ho provato a calmarli, attraverso messaggi pubblici. Ma è inutile, sono sordi. Tutto l’anno non si fanno vivi, poi si presentano il 30 settembre non per commemorare Walter, ma per fare casino. Chi è che strumentalizza mio figlio?», ha chiesto l’uomo, ricordando che «i miei ideali sono gli stessi per i quali Walter è morto». «Sia ad Alemanno che a Gianfranco Fini l’ho detto: non potrò mai essere di destra. I fascisti – ha spiegato Franco Rossi – hanno ucciso mio nonno, hanno ammazzato mio figlio, mi hanno dato tre volte fuoco all’autosalone che possedevo». Pur su questa posizione, però, Franco Rossi ha aperto un dialogo con il sindaco. Di più: ha detto, la prima volta che Alemanno andò a commemorare il figlio, che lo accoglieva «con molto piacere». Era il 2009, Alemanno da primo cittadino volle compiere quel gesto con grande convinzione: «Questa giornata – disse – per me è importantissima, è la prima volta che posso onorare e commemorare fino in fondo un ragazzo di sinistra ucciso in questa città. Oggi si è verificato anche il completamento di quello che fece Veltroni con Paolo Di Nella. Insieme a me l’ex sindaco di Roma inaugurò la lapide a villa Chigi: quello fu il primo segnale della rottura di questo tabù». Anche in quel 2009 ci furono polemiche, veti e insulti «sordi», per dirla con Franco Rossi, alle parole del sindaco.
Da allora fra il papà di Walter e il sindaco però il dialogo non si è mai interrotto: è proseguito per cercare di archiviare la stagione dell’odio, nel segno del rispetto e del riconoscimento reciproco. «È venuto da me – ha raccontato ancora Rossi al Corriere – non come politico, perché non l’avrei accettato, ma come primo cittadino, rappresentante di milioni di romani. Quando è morto Walter – ha proseguito – avrei fatto come Nerone e dato fuoco alla città. Poi ho capito che l’odio non serve a niente, occorre il dialogo, la comprensione». Oggi Franco Rossi fa parte di un’associazione che si chiama “Urla nel silenzio” e che è composta di partenti di vittime di destra e di sinistra. L’ultima questione, in ordine di tempo, di cui è stato investito è l’idea del monumento per le vittime del terrorismo. Alemanno lo ha cercato, ha voluto coinvolgerlo. «Mi ha chiesto un parere», ha spiegato l’uomo.
Eppure c’è chi sostiene, o peggio, lascia intendere che dietro questa collaborazione ci sarebbe chissà quale interesse. Fra questi c’è anche il fratello di Walter, l’altro figlio di Franco, che ieri era in piazza con quei «compagni e compagne» che hanno impedito al padre il ricordo del figlio ucciso. «Gli interessi sono interessi e non è Alemanno a usare mio padre, ma mio padre a usare Alemanno. Ci sono tante cose che si possono ottenere con queste amicizie», ha detto Gianluca Rossi parlando del padre 83enne. Colpisce la violenza di queste parole, che non conoscono paletti e che fanno anche a cazzotti con la logica. Colpisce tanto più se quella frase si paragona a ciò che ha detto Franco Rossi e che poi è stato ripreso nella sostanza e nello spirito da Alemanno, il quale ha voluto evitare qualsiasi polemica. «Io – ha detto il sindaco – mi rifaccio alle dichiarazioni che ha fatto il padre di Walter. Dalle celebrazioni ha dovuto astenersi anche lui, il più titolato a parlare del sacrificio del figlio, perché sentiva una strumentalità politica. Basta questo a far capire la gravità dell’atteggiamento con cui è stata gestita questa manifestazione». «Il mio invito non è rispondere con rabbia alla rabbia degli altri, ma riflettere. Per questo – ha detto il sindaco – incoraggio tutta la sinistra, anche le persone della mia generazione, che ha vissuto gli anni di piombo, a partecipare a manifestazioni o celebrazioni di ragazzi di destra. E vorrei che fosse fatto altrettanto dall’altro lato. Sono disponibile a dare tutti i messaggi necessari e a parlare con chiunque per ottenere questo risultato. Questa – ha concluso il primo cittadino – è la base per evitare il ripetersi di quell’episodio».