Se ne sono inventata un’altra: gli alunni nelle “classi pollaio”

La sparano grossa e tutti si adeguano, trasformando una boutade in verità quasi “religiosa”. Poi ne fanno uno strumento per seminare sfiducia, uno slogan che ripetono ad libitum, nelle talk show televisivi e nei cortei, sui manifesti e persino nella aule parlamentari. E vai a spiegarlo alla gente che non è vero, che la realtà è ben diversa, che quelli della sinistra parlano solo con slogan creati ad arte. È successo col processo breve, poi col processo lungo, per non parlare della legge “salvapremier” o di quella “salva-Mediaset”, dei tagli che avrebbero ammazzato (di volta in volta) la cultura, la ricerca, la sanità, i pensionati, i contribuenti, il trasporto locale e, perché no?, persino la spesa ai mercatini rionali. E giù con gli scioperi, le manifestazioni, i sit-in o – per essere alla moda – i flash-mob.
Non poteva non toccare al mondo dell’istruzione, visto che è cominciato l’anno scolastico e le organizzazioni studentesche di sinistra stanno coccolando l’idea di un nuovo autunno caldo. Quale scusa è buona per scendere in piazza? Ma sì, il piatto è bell’e pronto e si condensa in poche paroline magiche: ribelliamoci alle “classi pollaio”. E tutti hanno parlato, inscenando proteste un po’ ovunque ripetendo, a mo’ di poesia imparata a memoria, sempre le stesse cose: «Il governo uccide la scuola con il sovraffollamento». Il che, naturalmente, ha ripercussioni di ogni tipo, dalle difficoltà di insegnare in classi zeppe come un uovo alle conseguenze pedagogiche. La gente resta disorientata, si diceva che i bambini (purtroppo) sono diminuiti, che le classi con trenta ragazzini seduti in fila indiana sono solo un ricordo di una quarantina d’anni fa, quando c’era il maestro con la bacchetta in mano e guai a passare il compito al compagno di banco. Eppure la sinistra ha aperto la crociata contro la Gelmini. Un gioco che viene smascherato presto ma che – come al solito – non trova spazio sui giornali, a differenza degli slogan coniati dall’opposizione. La verità è nei dati ufficiali: gli studenti italiani vivono in classi relativamente poco numerose, con un insegnante ogni 10,7 alunni nella scuola primaria e uno ogni 11 alunni nelle secondarie. Questi dati non sono frutto della fantasia ma sono quelli ufficiali del rapporto Ocse sull’istruzione nel nostro Paese. Le “classi pollaio”, quindi, in Italia non esistono nei fatti ma l’opinione pubblica è convinta del contrario, condizionata dal bombardamento propagandistico della sinistra. dei giornali, dalle manifestazioni studiate a tavolino, riprese dalle telecamere e finite irrimediabilmente in tv. Le cifre – commenta in una nota il ministero dell’Istruzione – «confermano la necessità di proseguire nella direzione delle politiche adottate dal governo e ne indicano alcuni risultati positivi». Viene dimostrata, tra l’altro, «l’assoluta infondatezza delle polemiche sul presunto sovraffollamento delle classi».
Certo, i problemi ci sono, come rivela l’Ocse: abbiamo ancora pochi diplomati, gli stipendi dei professori non sono adeguati ai livelli europei, si investe ancora poco. Ma di sicuro non è colpa del governo Berlusconi che, invece, sta invertendo la rotta: «Gli insegnanti italiani – spiega il Miur – sono numerosi, per fare fronte all’elevato numero di ore di insegnamento; questa è una delle cause della loro retribuzione non alta». Inoltre, «gli stessi dati Ocse dimostrano che, tra il 2000 e il 2008, la spesa delle scuole per ogni studente è aumentata del 6 per cento, mentre è aumentata dell’8 per cento per ogni studente universitario». C’è poco da andare in piazza, quindi. Meglio inventarsi la storiella delle “classi pollaio”, ci sarà pure qualche pollo che ci casca.