Scioperare contro l’Apocalisse

Per carità, astenersi dal lavoro è un diritto. Forse un diritto un po’ desueto e della cui efficacia si potrebbe discutere. Aveva senso scioperare contro una dirigenza d’azienda che volesse conculcare dei diritti dei propri dipendenti. Già meno scioperare altrove in solidarietà con quei dipendenti di quella azienda. Meno che mai far scioperare un’intera categoria. Una cosa che non ha evidentemente nulla a che fare con le istanze del lavoro è lo sciopero generale, che è uno strumento eminentemente politico, inventato quando il mondo era altra cosa da adesso. Lo sciopero generale era un’arma volta ad azzoppare, paralizzare, affamare una nazione che si voleva sovvertire, non ha alcun senso civile o civico quando si sostiene che quella nazione la si vuole salvare. Se c’è carenza di cibo non si fa lo sciopero della fame. Se la crisi è dovuta al calo di produzione, di Pil, di sviluppo, astenersi dal produrre è una follia. A meno che non si ritenga che esista un partito dei lavoratori in guerra contro il partito della nazione, una parte contro il tutto. Fino a ieri lo sciopero indetto dalla Cgil era – anche agli occhi degli altri sindacati – solo questo: un atto di pura ostilità nei confronti della nazione. Fino a ieri, perché ieri si è deciso di annunciare la decisione di introdurre nella manovra una norma – che non ha effetti sulla spesa – che la stampa ha già ribattezzato “licenziamento facile” e che si limita ad annunciare che le aziende potranno ridurre il personale qualora non sappiano più come impiegarlo. Con tutti i guai che abbiamo, non si poteva farlo dopo?