Prodi, il prof che non ne ha mai azzeccata una

Il “Professore” è tornato. Anche se poi, in realtà, Romano Prodi non se n’è mai andato davvero da quel giorno in cui cadde rovinosamente assieme alla sua sconquassata maggioranza nel 2008. Certo, davanti alle telecamere, eravamo sotto le elezioni comunali di quest’anno, alla domanda di un cronista sul suo ritorno in politica l’ex premier e padre nobile del Pd ha corrucciato il proverbiale musone ammonendo: «Sono un pensionato e un nonno felice». Eppure, il professore pensionato e nonno felice, da qualche tempo a questa parte – e a settantadue anni suonati – lo si ritrova ovunque. Sul Messaggero, ad esempio, nei panni dell’editorialista e del commentatore che ne ha una per tutti: crisi, Europa, Libia. Proponendo la sua ricetta scaccia-crisi: «Da settembre sarà bene smettere di parlare di privatizzazioni e pensare forse a qualche temporanea pubblicizzazione in modo da preparare quelle naturali difese che i nostri fratelli europei edificano sempre con tanta sapienza». Peccato, però, che proprio lui qualche tempo fa rilanciò la scorporazione dell’Iri con queste parole: «Da presidente dell’Iri in quegli anni ho avviato uno dei più consistenti processi di privatizzazione intrapresi in Europa».
Fosse solo questo si tratterebbe tutto sommato del buen retiro di un vecchio politico ed economista. E invece no. Sempre con la battuta pronta, il guizzo giusto al momento giusto, lo stesso professore lo si ritrova a bacchettare niente poco di meno che Pier Luigi Bersani proprio sul referendum elettorale. Certo, come ha rassicurato, la sua discesa per il referendum anti-Porcellum «non implica nulla riguardo a protagonismi, rientri o cambiamenti nella mia vita». Anzi, «tra pochissimi giorni parto per un periodo di insegnamento in Cina poi per gli Stati Uniti, poi per Addis Abeba, quindi la mia vita continua con il programma che mi ero fatto, ma ci sono dei momenti in cui un cittadino agisce come cittadino». Momenti, appunto, che per Bersani (già provato non poco dall’affare Penati) coincidono con la bocciatura da parte del più influente uomo a cui continua a guardare parte dell’establishment economico-finanziario che strizza l’occhio a sinistra.
Fino a qui, inclusa la fascinazione tutta prodiana per la Cina (è stato invitato dal Partito comunista cinese, con il quale ha sempre avuto un buon rapporto), tutto nella norma. Dovrebbe far tremare un po’ tutti, invece, l’investitura pop (o trash?) per eccellenza. Ossia le foto sul sito del Corsera che lo ritraggono in spiaggia a fare il nonno affettuoso con il secchiello e i braccioli per il nipotino: davvero uno spot, quasi un’operazione di immagine creata ad arte da chi lo rivorrebbe in campo.
Ma perché, nel momento in cui il paese si interroga sul suo futuro (anche politico), tutta questa esposizione di un “pensionato”, per quanto d’eccezione? Certo, per un centrosinistra incapace di approfittare della crisi economica e delle difficoltà della compagine di governo, la nostalgia per il democristiano capace di battere due volte Silvio Berlusconi (con il prezzo, però, di due legislature che hanno lasciato in negativo il segno) sembra un approdo quasi naturale, scaramantico ed evocativo. Ma forse non sarebbe una buona idea riesumare il caro vecchio Prodi. Basta vedere gli effetti di lungo termine prodotti dal suo impegno politico: perché se come un mantra ha ripetuto che l’ingresso nell’euro sia stato l’intervento che ha salvato l’economia traballante di casa nostra, basta fare un giro in qualsiasi mercato per accorgersi di come il prezzo della scelta del cambio (il suicida 1936,27 lire per un euro) sia risultato la più grande truffa ai danni dei cittadini che si ricordi. Altro “obiettivo” prodiano raggiunto è stato l’ingresso della Cina nel Wto (da presidente della Commissione europea sponsorizzato in ogni modo): ebbene, in termini di concorrenza sleale, rispetto dei diritti dei lavoratori non sembra che gli effetti siano stati quelli sperati. Ma il Professore, si sa, con Pechino ha un rapporto particolare, coltivato anche attraverso la rete di relazioni di Nomisma. E che dire, poi, dell’ammucchiata chiamata “Unione”, ossia l’ultima avventura targata Prodi il cui destino ha significato il più largo successo del centrodestra nella sua storia? A quanto sembra, di motivi per rimpiangere Romano Prodi non ce ne sarebbero così tanti. Sinistra nostalgica di un “papa straniero”? Oppure mondo della finanza alla ricerca di un suo amico di lunga data? E perché no, lui stesso potrebbe mirare a quel ricambio al Quirinale che si prospetta nel 2013. Fatto sta che Prodi, nonno felice, è tornato: e sono in tanti a volergli dare diritto di tribuna. Anche se, come abbiamo visto, non se n’è mai andato. Direbbero i maligni, come i peggiori incubi.