Perché conviene a tutti (o quasi) arrivare al 2013

Non si tratta, sia chiaro, di un semplice auspicio, ma di un’analisi banale. La manovra recentemente licenziata dal Parlamento, secondo valutazioni laiche e internazionali, potrà ottenere gli effetti desiderati di pareggio del bilancio. Manca ancora una strategia di rilancio dello sviluppo, è evidente. Il taglio della spesa non è sufficiente ad assorbire un debito, al massimo può portare a saldo zero. Per pagare il debito ci vogliono risorse in avanzo. Se si trovassero, l’alba del 2013 sorgerebbe nel segno della ripresa. Per il Pdl sarebbe la salvezza, se nel frattempo riuscisse a rimettere in pista un candidato credibile e avendo due anni a disposizione per realizzare riforme. Riproporrebbe un centrodestra “inclusivo” a chiunque volesse entrarci e, forse, rivincerebbe. Anche al Pd la scadenza va bene, convinti come sono che lo stillicidio dell’immagine del Cav continuerà e anche la caduta a picco dei consensi del centrodestra, lasciando così tra due anni il governo alle sinistre, che sei mesi dopo proclamerebbero al mondo che l’inversione di tendenza è motivata dal cambiamento di guida, che ha restituito credibilità al Paese. Ai centristi quest’ipotesi non piace, perché gli sarà difficile unirsi alle sinistre. La soluzione ideale sarebbe arrivare sì al 2013, ma con un B. dimissionato e un governo allargato e con un tizio qualsiasi che fa il premier. Alle prossime elezioni sarebbero loro a lanciare una nuova coalizione di centrodestra, con dignità di fondatori e maggior potere contrattuale. Forse solo all’Idv e alla Lega non conviene aspettare. Se cambia la legge elettorale – e la campagna referendaria avanza minacciosa – si torna all’uninominale, con vincoli di coalizione obbligati e minore possibilità di fare due parti in commedia dopo le elezioni. Un ritorno al bipolarismo, insomma, che rischierebbe anche di durare.