Pennivendoli passacarte e velinari

All’esame di maturità il presidente della commissione mi disse: «Lei ovviamente dopo la laurea farà il giornalista…». Voleva essere un complimento ma io, diciottenne insolente, risposi: «Piuttosto vado a lavorare al cantiere». Poi ci lavorai, al cantiere, e decisi che era meglio fare il giornalista. Si trattava già allora di “attaccare il ciuccio al carro del padrone”. Eppure pullulavano le testate – settimanali, quindicinali – che facevano inchieste e denunce scomode. l’Espresso, Panorama, l’Europeo, Candido, ma anche Op o tante altre testatine più o meno indipendenti, sovversive o di controinformazione. Come si reperivano le informazioni? Per lo più venivano dall’interno. Impiegati simpatizzanti o prezzolati passavano dossier. Poliziotti o funzionari chiamavano le redazioni e avvertivano di un arresto o di un fatto di cronaca. Poi c’erano le inchieste vere, che prendevano mesi o anche anni di lavoro. Si rischiava anche la vita, pestando i piedi a poteri occulti e servizi segreti. Non era un lavoro da gentiluomini, ma si poteva anche farlo con dignità. Oggi, se si hanno i soldi e i padroni giusti, è tutto più semplice. Il giudice compiacente ti mette brani di intercettazioni su una chiavetta, già selezionati secondo i propri fini. Tu li pubblichi, trincerandoti dietro la segretezza delle fonti. Fai il lavoro sporco per conto non sai nemmeno di chi. Ma guadagni soldi e fama. Senza nemmeno lavorare.