Mantovano: «Ieri non c’erano strumenti antimafia, oggi sì»

Ventinove anni fa veniva assassinato a Palermo il generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Poco dopo le 21 di quel 3 settembre, la A112 sulla quale il prefetto Dalla Chiesa viaggiava insieme con la moglie Emanuela Setti Carraro, veniva affiancata in via Carini da una Bmw dalla quale partirono raffiche di Kalashnikov che uccisero il generale e la moglie. Contemporaneamente, una moto affiancò la vettura di scorta ed esplose dei colpi contro l’agente Domenico Russo che fu ucciso. Per questo omicidi, nel 1995 furono condannati all’ergastolo i vertici di Cosa Nostra e, nel 2002, furono condannati anche gli esecutori materiali dell’attentato.
Oggi, a 29 anni di distanza, lo Stato non ha dimenticato Carlo Alberto Dalla Chiesa, artefice tra l’altro di grandi successi contro la criminalità organizzata e le Brigate Rosse: stamattina il sottosegretario di Stato all’Interno Alfredo Mantovano sarà infatti a Palermo per rappresentare il governo con la deposizione di una corona d’alloro sul luogo della strage di 29 anni fa. Dopo la cerimonia, sarà celebrata nella Chiesa di San Giacomo dei Militari, alla Caserma “Carlo Alberto Dalla Chiesa”, la Santa Messa in memoria delle vittime. Abbiamo chiesto al sottosegretario Mantovano di fare il punto sulla situazione della lotta alla criminalità organizzata.

Sottosegretario, che significato ha questa giornata?

Partirei innanzitutto dalla celebre scritta che comparve su un muro di Palermo all’indomani dell’eccidio. C’era scritto: «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti». Era una frase grave, perché il fatto che la speranza sia l’ultima a morire non è solo un modo di dire. La speranza fortifica una comunità. Ecco, io mi sento di poter dire che oggi, dopo 29 anni, la speranza c’è. Quegli strumenti che a Dalla Chiesa mancarono del tutto a quell’epoca, oggi ci sono.

Ad esempio?

Già all’indomani della morte del prefetto Dalla Chiesa e sull’onda del precedente assassinio di Pio La Torre, furono varate immediatamente norme che prevedevano il sequestro e la confisca dei beni delle associazioni criminali. Norme che oggi sono state rese più precise ed efficaci in questa legislatura, e che si stanno dimostrando molto valide perché qui non ci si limita più alla sola cattura dei mafiosi, ma li si colpisce nel togliere loro il frutto degli atti illeciti.

Questi anni insomma non sono passati invano….

No, perché oggi abbiamo tutta una serie di disposizioni di contrasto alla criminalità, più precise e più estese, come ad esempio quelle sullo scioglimento dei comuni ad infiltrazione mafiosa, che non colpiscono solo gli eletti, ma anche gli apparati burocratici degli enti. C’è poi l’obbligo di denuncia di richiesta estorsiva, sia per gli imprenditori sia per la figura pubblica che assegna l’appalto, abbiamo istituito la cosiddetta Stazione unica appaltante, poi l’Agenzia nazionale per i beni confiscati e sequestrati, questa ultima al fine di evitare ritardi.

Quali sono le regioni del Sud dove oggi è più aggressiva la mafia, secondo Lei?

Intanto bisogna vedere si siano al Sud… sì, perché la mafia è profondamente mutata in questi decenni, Oggi opera là dove c’è il denato. È chiaro che le basi logistiche rimangono sempre al Sud, ma sempre meno inaccessibili, però assistiamo, in certe regioni del Nord, a una mafia meno spettacolare che che penetra più in profondità: sembra che non ci sia, ma c’è.

Cosa dirà stamattina alla commemorazione di Palermo?

Certamente vorrei evitare la retorica, ma dirò che quando il Prefetto Dalla Chiesa fu ucciso, c’erano contro la mafia molti uomini valorisi ma pochi strumenti; oggi, invece possiamo disporre di entrambi. Se la speranza potesse essere misurata, insomma, oggi ce ne è davvero di più rispetto a 29 anni fa.