Ma all’identità della destra ci si doveva credere prima…

Da un lato l’esigenza di una riaggregazione delle tante anime della destra in una casa comune avvertita soprattutto dai sostenitori, dalla base; dall’altro l’auspicio che ciò accada, ma senza restaurazioni, con nuovi equilibri ( Marcello Veneziani) e con un restylig dell’offerta politica ( Alessandro Amadori). Sulla “diaspora” della destra e sulla reale possibilità di riannodare le fila di un percorso politico si sono moltiplicate analisi, idee e suggerimenti. Ieri il politologo e docente a Perugia Alessandro Campi ha  “gelato” il popolo della destra più “fiducioso” in una ricomposizione prossima ventura e da FareItalia Mag ha rilevato e analizzato le cause della «scarsa praticabilità» politica di questo ritorno a una casa comune. Tra i pessimisti convinti alla Campi e gli “entusiasti” c’è la posizione «realista», come la definisce lui, di Stenio Solinas, intellettuale e scrittore cresciuto nell’ambiente giovanile della destra politica e culturale, tra gli animatori di quella “Nouvelle Droita” che si rifaceva alle idee dell’intellettuale francese Alain De Benoist.

Solinas, ieri Alessandro Campi parlava di un «fallimento umano e politico», della dispersione di un patrimonio ideale e di incapacità in questi anni di influire persino sul lessico politico da parte degli uomini della destra. Lei anche è così pessimista e pensa sia tardi per ricucire?

Non sono pessimista, sono realista. Che molti uomini all’interno del Pdl desiderino recuperare quelle forze che ne erano uscite, non so con quali risultati, è più che legittimo, comprensibile. A cosa possa portare realmente è un altro discorso.

Perché, lei pensa che sia irrilevante politicamente arrestare la “diaspora” all’interno della destra?

Il termine destra ormai è troppo generico. Come si potrebbe caratterizzare oggi una destra all’interno del centrodestra? È una partita che è stata ormai persa anni fa, quando Alleanza Nazionale non è mai riuscita a recitare un ruolo convincente all’interno della coalizione con la Lega e Forza Italia. Persa poi successivamente con la “fusione” nel Pdl, una’operazione più o meno imposta, obbligata.

L’ingresso nel Pdl è stato un errore, secondo lei?

Vede, Bossi e Casini non si fecero “fondere”, ritenendo, a torto o a ragione, di avere una loro identità da mantenere. Da parte di Alleanza nazionale, al contrario, questa identità non è stata mai fatta valere, con un appiattimento progressivo sulle posizioni di Forza Italia  della Lega che ha disorientato gli elettori.

Non trova, quindi, che si possa a maggior ragione tentare di riscrivere una nuova storia, serrare le fila proprio partendo da questi errori passati?

Trovo francamente velleitario che, dopo averne dispersa una di identità in passato, si possa ritornare a fare oggi un discorso identitario. Per farlo bisognava lavorarci e crederci in quell’identità. Rivitalizzarla ora mi pare improbabile. Non è un lavoro che si possa fare con un colpo di bacchetta magica.

Ma allora, questo riagitare la parola d’ordine “rifacciamo la destra”, non ha una rilevanza politica, secondo lei?

Se parliamo del “teatro” della politica sì: in questa logica ci sta che si possa cambiare “casacca” e fare dei meri calcoli numerici. Ma se pensiamo che queste possibili operazioni di riaggregazione possano far cambiare di una virgola il quadro politico o possano far rinascere un pensiero di destra, allora non ci siamo.

Non pensa, invece, che ci sia un vuoto politico che da destra è possibile riempire? Molte riflessioni pervenute in redazione in questi giorni richiedono e auspicano che si arrivi a riannodare i fili del passato. Come le giudica?

Sono richieste a mio avviso minoritarie, nel senso che mi pare che poi non si abbia una realistica visione di cosa significhino categorie come destra e sinistra. Non solo in Italia ma in tutta Europa destra e sinistra di governo non si prestano poi a così grandi differenziazioni. Essendo sostanzialmente scomparse tali categorie, un po’ ovunque emergono grosse coalizioni di centro che pendono una volta più da una parte, un’altra dall’altra. E far entrare dentro questo grande contenitore categorie come destra  sinistra non porta a nulla. Poi, ciascuno può sognare la restaurazione del proprio passato….

Lei ritiene, dunque, che la crisi della destra nel centrodestra sia strutturale e non porti la data dello “strappo” di Fini da Berlusconi di un anno fa, come molti sostengono. Come giudica il tentativo politico di Fli?

Fallimentare. Gianfranco Fini è riuscito a farsi “mangiare” il partito dal suo alleato di riferimento, cosa mai accaduta prima nella politica italiana. E poi ha fondato un altro partito che numericamente è un quarto del partito che aveva precedentemente…

Si è detto che è stato comunque un tentativo coraggioso. Non trova?

No. Il coraggio Fini avrebbe dovuto averlo prima e non accontentarsi di una carica istituzionale. A questo punto sono stati più coraggiosi Bossi e Casini.

Non ritiene che nella ricomposizione del quadro politico che il post-berlusconismo presupporrà, si possa allora aprire un capitolo nuovo per la destra?

Ho la sensazione che il dopo-Berlusconi ci riserverà una sorta di prima Repubblica, magari con po’ di populismo in più, con un po’ di liberismo in più. Ci avvieremo verso  un sistema di alleanze con un grande centro che sfumerà ora un po’ più a destra ora un po’ più a sinistra. Una sorta di post-Democrazia cristiana, con gli stessi meccanismi. In questa riedizione della Prima Repubblica, però, non vedo grandi leader all’altezza di quelli passato. Al che mi viene da pensare che se Angelino Alfano in futuro avrà come alleati insieme Alemanno e Storace, La Russa e Matteoli, nulla muterà negli assetti e negli equilibri politici.

E poi dice di non essere pessimista…?

Ribadisco, sono solo realista.