ll manifesto di Emma: un elenco “scopiazzato”

In ritardo di almeno due mesi. Scopiazzato a piene mani dagli impegni economici che il governo ha già messo nero su bianco e, ove possibile, intende realizzare.  Nascosto al tavolo di via XX Settembre, come fanno i giocolieri quando vogliono stupire il pubblico e raccogliere applausi. Arriva il “manifesto” di Confindustria, all’insegna dello slogan “Crescita o declino”. «Servono risposte e senza perdere tempo», dicono gli industriali che questa volta convocano la stampa assieme ad Abi, Ania, Alleanza delle cooperative italiane e Imprese Italia, annunciando che se le loro richieste non saranno accettate potrebbero abbandonare il tavolo per la crescita, con governo e organizzazioni sindacali. Un ultimatum che fa seguito alle insofferenze delle scorse settimane, alla più volte richiesta «discontinuità» e, addirittura, alla pretesa di far sloggiare Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi. Intanto a Capri, al convegno dei giovani di Confindustria, non ci saranno rappresentanti del governo. Per loro niente inviti. Le cose da fare la presidente degli imprenditori le ha condensate in cinque priorità: riforma fiscale, infrastrutture, privatizzazioni, liberalizzazioni e pensioni. E la patrimoniale? «Andrebbe introdotta – afferma Emma –  ma dovrà servire per abbassare le tasse sulle imprese e sul lavoro».

Un diktat dietro l’altro
Un diktat dietro l’altro. Il “Progetto delle imprese per l’Italia” mette insieme i desiderata della parte imprenditoriale e li coniuga con la spocchia che da un po’ di tempo a questa parte tanto piace tanto alla Marcegaglia. Nero su bianco sono state messe le proposte, con dichiarazioni, atteggiamenti e sottintesi si è fatto tutto il resto. È evidente che il problema, almeno per una parte importante di Viale dell’Astronomia, non è quello di lavorare per il Paese, ma di aiutare a dare la spallata al governo, secondo quanto teorizzato anche da Susanna Camusso, Bersani, Di Pietro, Vendola e qualcun altro. Del resto, se ciò non fosse vero, non si riuscirebbe a capire perché la Marcegaglia, che partecipa al tavolo per la crescita insidiato dal governo a via XX Settembre, non si confronta sulle cose da fare ma presenta un “manifesto” e annuncia barricate.

Scarsa fantasia
È evidente che la paura fa novanta. Gli industriali hanno molto da perdere e tantissimo da guadagnare. Un Paese che funziona farebbe comodo anche a loro. Ma è evidente che, ad esempio, il disboscamento di deduzioni e detrazioni, a cui il governo darà corso se non riuscirà a esercitare la delega fiscale, qualche problema glielo porrebbe. E altrettanto farebbero anche eventuali regole per dare corso a una nuova tranche di privatizzazioni di beni pubblici. L’abbattimento del debito pubblico è importante, ma per gli industriali di casa nostra conta anche, e forse di più, la possibilità di partecipare allo shopping. E i prezzi tanto più bassi sono tanto meglio è. Chi di noi ha qualche anno sulle spalle ricorderà quanto successe ai tempi della privatizzazione di Telecom e della costruzione del cosiddetto “nocciolino duro”. Basta una rapida lettura dei cinque punti messi assieme da Confindustria e dalle altre organizzazioni imprenditoriali per rendersi conto che il «manifesto» aiuta sicuramente ad avere visibilità, ma apporta un contributo molto modesto al dibattito in corso sulle misure per dare la scossa all’economia e avviare la crescita. La gran parte delle cose di cui si parla oggi sono le stesse che individua il Def  e che Tremonti ha in agenda per dare vita all’annunciata «grande riforma strutturale per la riduzione del debito e per la modernizzazione del Paese». Il patrimonio pubblico complessivo supera i 1.800 miliardi di cui almeno 700 – fa sapere il capo economista della Cassa depositi e prestiti, Edoardo Reviglio – immediatamente fruttiferi. In particolare dagli immobili, che valgono 500 miliardi, nei prossimi anni si potrebbe rendere disponibile tra il 5 e il 10% del loro valore, vale a dire qualcosa come 50 miliardi.

Cantiere pensioni
Anche le liberalizzazioni e la semplificazione vedono il governo impegnato a renderle possibili. Ma le lobby fanno muro e finora hanno bloccato tutto. Le pensioni, invece, sono un cantiere aperto. Le resistenze della Lega non sono riuscite ad impedire un’accelerazione nella parificazione dell’età tra le donne del pubblico e quelle del privato. Ma certo non ci si può fermare qui. Servono decisioni più incisive sul fronte dell’età, della riforma dell’anzianità, dell’agganciamento delle prestazioni alle aspettative di vita, dell’abrogazione dei regimi speciali che sono in crisi e che, ciò malgrado, continuano a staccare assegni molto munifici. Come spesso succede anche su questo fronte c’è un problema di privilegi da affrontare, ma c’è anche la necessità di non fare di tutta l’erba un fascio. Non bisogna dimenticare, infatti, che la gran parte delle pensioni sono ancora al di sotto dei mille euro al mese e moltissime non raggiungono i 500, nonostante l’intervento voluto da Berlusconi qualche anno fa. La patrimoniale, invece, sarebbe facile da applicare ma, in quanto tassa, per una via aumenterebbe la pressione fiscale e per l’altra farebbe aumentare le sperequazioni: graverebbe infatti sui soliti noti, in un Paese in cui l’evasione è a livelli altissimi.