L’Europa ci promuove (il Pd fa finta di niente)

Che la situazione sia grave per tutti (e non certo per colpa del Cav, come vorrebbero sottilmente far credere i trombettieri della sinistra) l’ha dimostrato l’elenco dei partecipanti al gran consulto tenutosi ieri a Wroclaw: c’erano i nomi che contano, le “teste pensanti” dell’economia. Che la crisi abbia avuto conseguenze pesantissime per tutti (un quadro diverso da quello che sempre la sinistra italiana disegna pro domo sua) l’ha dimostrato l’arrivo a Wroclaw del segretario americano al Tesoro, Timothy Geithner, un fatto non usuale. Che, infine, proteste e campagna d’odio non hanno ragion d’essere l’ha dimostrato il giudizio positivo espresso dalle stesse “teste pensanti” alla manovra del governo Berlusconi. Tre elementi, questi, che dovrebbero indurre Bersani e compagni quantomeno a una riflessione. Le soluzioni, però, non ci sono. Se da na parte si spinge per interventi a «livello coordinato e globale», come ribadito dal presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, dall’altra c’è chi, come la Bce, fa ressioni perché ogni Paese faccia la sa parte. Ecumenico il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, secondo il quale  bisogna «risolvere i problemi che ci sono su entrambe le sponde dell’Atlantico per riportare la stabilità sui mercati finanziari».

I segnali di rallentamento
Con Geithner i rappresentanti dell’Eurogruppo hanno concordato sul fatto che «ci sono chiari segnali di rallentamento economico e sulla necessità di far fronte ai consolidamento dei bilanci  e al sostegno della crescita in entrambi le zone». Quella euro e quella dell’area del dollaro. Il segretario al Tesoro Usa, in previsione del summit, aveva affermato mercoledì scorso che l’Unione europea deve «agire più velocemente» e ampliare il fondo di salvataggio dell’eurozona per evitare una crisi ancora più grave. Una dichiarazione che molti hanno letto come una sorta di supporto alla nascita degli eurobond, al momento congelati perché non piacciono alla cancelliera Angela Merkel e alla Germania. Ieri, però, l’illustre ospite americano è rimasto deluso per le divisioni emerse e il rinvio della decisione a ottobre per quanto riguarda il conferimento della nuova tranche di aiuti, per otto miliardi di euro, alla Grecia.

Troppi gli ostacoli
La risposta corale, sostenuta da Giulio Tremonti e dai colleghi europeri, si è finora scontrata contro questo ostacolo e contro la convinzione della Bce sulla necessità che ogni Stato si muova per proprio conto, varando manovre anche dolorose per riportare in rotta i conti. «I Paesi devono convincere gli investitori della loro credibilità», ha detto Jean-Claude Trichet, presidente dell’Eurotower. Anche i provvedimenti messi a punto dall’Italia nascono da questa necessità. 140 miliardi di euro in quattro anni che Bruxelles considera sufficienti, come sufficiente viene ritenuto il percorso fatto da Portogallo e Irlanda. Ieri in Polonia non c’è stato un dibattito specifico sulla situazione del nostro Paese ma il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, si è fatto portavoce di tutti, affermando che «tutti i membri hanno espresso soddisfazione per le misure adottate dall’Italia. Tutti noi pensiamo – ha aggiunto – che le autorità italiane abbiano fatto il possibile e preso le misure necessarie».

C’è chi si ostina a dire “no”

Tutto qui? No. Da un sondaggio realizzato dal centro di ricerche Datagiovani e da Panel Data nel nostro Paese emerge che sette giovani su dieci sono contrari alle misure inserite nella manovra. A livello europeo, però, il vento cambia e Tremonti ne ha avuto ieri un’ulteriore conferma, mentre il commissario Ue agli Affari economici e monetari Olli Rehn, presentando le previsioni economiche d’autunno, è tornato su quella che ha definito «la necessità di un approccio differenziato», paese per paese, per il risanamento dei conti pubblici e la messa in atto di riforme strutturali. Ai partner dell’Eurogruppo il ministro delle Finanze greco, Evangelos Venizelos, ha confermato: «È nostra intenzione rispettare gli obiettivi fiscali per quest’anno e il prossimo senza ritardo, senza eccezioni e deviazioni». Come? Anche mettendo in atto «coinvolgimenti del settore privato». Assicurazioni che accontentano solo una parte dei presenti. Il ministro austriaco delle Finanze Maria Fekter ha messo le mani avanti sostenendo che bisognerà pensare a soluzioni «alternative» se la strada finora seguita per salvare la Grecia dovesse rivelarsi troppo costosa.

L’intervento di Napolitano

Per Atene, dunque, il default è sempre dietro l’angolo. Per questo Giorgio Napolitano, a Bucarest per il seminario degli imprenditori italiani, ha detto che «sono da rivedere molte cose perché rispetto agli anni ’70 e ’80 sono cambiate molte cose». Prove difficili che, comunque, non possono giustificare «psicosi». E qui sta il nocciolo della questione. Timothy Geithner ha provato a trarre qualche conclusione sentenziando che ci sono troppe divisioni tra i Paesi Ue e la Bce, e questo non va affatto bene. I mercati, con gli occhi puntati su questa riunione ma anche su Moody’s, ieri sono tornati a scontare i timori per l’Eurozona, con Piazza Affari che ha chiuso in negativo. E lunedì, se dovesse arrivare una valutazione negativa da parte di Moody’s, le cose potrebbero  peggiorare. Anche perché dall’Eurogruppo è uscita una fumata nera sulla questione delle garanzie collaterali per il secondo piano di aiuti alla Grecia.