Lettera di un lavoratore: cara Susanna, dove ci porti?

Adesione scarsa, motivazioni che non reggono alla prova dei fatti, tanti slogan, qualche manifestazione di violenza nei confronti delle forze dell’ordine, uova marce e vernice rossa contro alcuni palazzi del potere e persino contro la sede del Caf dell’Ugl di via delle Botteghe Oscure a Roma. Il giorno dopo lo sciopero generale della Cgil il quadro che resta della “grande mobilitazione” lanciata da Susanna Camusso è soprattutto questo. E tanta, tanta amarezza per quello che avrebbe dovuto essere e invece non è. Per la scelta del sindacato di Corso d’Italia di tutelare le ragioni politiche della sinistra invece che gli interessi dei lavoratori. Non a caso le opposizioni plaudono e, con qualche distinguo, sono scese in piazza sotto le bandiere rosse della Cgil, mentre la base è perplessa. «Il regalo che oggi è stato fatto a me dalla Cgil  – ci dice un autista dell’Atac, intercettato ieri vicino a pazza San Silvestro a Roma – è costituito da qualche spesa in più e dai molti disagi che sono stato chiamato a sopportare con la mia famiglia. E per fortuna che non ho scioperato, in caso contrario mi sarei ritrovato in busta paga anche il taglio di stipendio corrispondente a una mancata giornata di lavoro. E poi dicono che vogliono aiutare i lavoratori».
Ma come, mette in dubbio che la Camusso si sia mossa per ottenere una manovra più equa? «Non so – ribatte – quali erano le intenzioni della vigilia. Constato quali sono i risultati ottenuti. E se io oggi potessi scrivere una lettera aperta al segretario generale della Cgil gli racconterei la mia mattinata: difficoltà a portare mio figlio dal dentista (che per fortuna non ha scioperato), appuntamenti che sono andati a farsi friggere perché c’è stato chi ha ritenuto di non uscire di casa temendo il blocco dei mezzi pubblici e l’impazzimento del traffico che ne sarebbe conseguito, esborso di 14 euro in taxi per raggiungere il posto di lavoro. Potendo relazionarmi con la Cgil gli manderei almeno questa fattura».
Fin qui un lavoratore dipendente, quelli autonomi sono anche più inviperiti. Ma del loro giudizio ci si stupisce meno. Tradizionalmente sono stati sempre poco teneri con la sinistra e con il sindacato. Il sindacato, appunto. Quando scende in piazza lo fa per impedire che i deboli vengano penalizzati e per determinare una divisione del reddito disponibile tale da non premiare il capitale e chi non vive di lavoro dipendente e di pensione. Ma qui la stessa Camusso, stretta dalle contestazioni che gli sono piovute da tutte le parti, ha dovuto ammettere che «certo, lo sciopero è politico. Perché abbiamo una concezione della politica alta e abbiamo paura di chi diffonde l’antipolitica. Questa idea – ha aggiunto – porta a svolte autoritarie». Quindi, rivolta a Raffaele Bonanni, leader della Cisl, che l’ha accusata di aver assunto una decisione irresponsabile e di aver «spaccato il mondo del lavoro e cancellato il riformismo sindacale»: «Ma se non si può scioperare adesso – si è domandata – quando lo si può fare? Viene il dubbio che qualcuno non abbia capito quello che sta succedendo nel Paese».
Una conclusione che la dice lunga anche sul rapporto esistente attualmente tra le organizzazioni sindacali. Giovanni Centrella, segretario generale dell’Ugl rispedisce al mittente il tentativo di giustificare la mobilitazione di ieri con le novità all’articolo 8 della manovra che introdurrebbero maggiori possibilità di licenziare. «È un pretesto – afferma – un sindacato confederale non firmerebbe mai accordi con le aziende per dare disco verde a tagli del genere. Parlano di questo per non entrare nel merito della manovra-bis». E Raffaele Bonanni rincara la dose: «Questo sciopero solitario della Cgil sta peggiorando la posizione dell’Italia. Nessun investitore si sentirà rassicurato dopo una protesta di stampo greco che non produrrà effetti concreti se non quello di scoraggiare i mercati».
Una posizione forte a cui i manifestanti Cgil, in corteo a Palermo, hanno risposto bruciando in piazza le bandiere della Uil e della Cisl, responsabile, quest’ultima, di aver affermato che la Camusso sta riportando in auge «un modello culturale conflittuale e antimoderno». Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi taglia corto: «Lo sciopero va rispettato ma anche valutato per la sua oggettiva rappresentatività. Le adesioni rimangono quelle tradizionalmente basse degli scioperi promossi dalla sola Cgil». Le bandiere rosse, dunque, affascinano sempre di meno i lavoratori. E non potrebbe essere altrimenti se si considera che contro questo governo la Cgil ha scioperato in perfetta solitudine almeno cinque volte. «Un sindacato – argomenta Giuliano Cazzola, deputato del Pdl – non dimostra di esistere solo se sciopera. Che risultato può vantare Susanna Camusso dopo uno sciopero generale praticamente fallito, che ha creato problemi persino a settori dell’opposizione». Già, che risultato? Fonti dello stesso sindacato parlano di adesioni medie del 58 per cento, ma nel pubblico impiego, alle 14, erano ferme al 3,6 per cento e nella Fiat non raggiungevano il 15. Caustico Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl: «L’Italia va salvata anche da questo modo di fare sindacato».
E sì, perché secondo la Cisl «lo scontro frontale, il linguaggio massimalista, il populismo irridente alle ragioni degli altri sindacati contenuti nelle parole pronunciate ieri da Susanna Camusso ottengono un solo risultato: indebolire le ragioni che sono alla base di possibili modifiche migliorative alla manovra». Una manovra che, tra l’altro, continua a cambiare, sotto l’input del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ma anche dei mercati dove i titoli pubblici italiani continuano a essere sotto attacco e a perdere terreno rispetto al bund tedesco.
Così, proprio sulla base di queste considerazioni, c’è chi come Barbara Saltamartini, vicecapogruppo del Pdl alla Camera, giunge alla conclusione che forse il vero obiettivo è quello di radicalizzare lo scontro. «Organizzare uno sciopero in un momento così delicato per il Paese – sostiene –  è senza alcun dubbio un segno di grande irresponsabilità che va condannato senza se e senza ma. La Cgil ha chiaramente dimostrato una totale mancanza di consapevolezza rispetto alla situazione generale che stiamo vivendo». Critiche puntuali che mettono Susanna Camusso all’angolo. «Lo sciopero – argomenta – non è mai irresponsabile, ma è uno strumento di difesa delle condizioni dei lavoratori». Niente di più ovvio. Quello che andrebbe spiegato a chi ieri ha ritenuto di fare la voce grossa in cento piazze d’Italia è che se si sciopera contro la carestia non si fanno certo gli interessi di chi ha fame.