Le primarie? I partiti moderni le hanno nel dna

Per sostenere le primarie interne al partito – nonostante fosse vicino, vicinissimo a Walter Veltroni – votò scheda bianca quando ci fu da eleggere Dario Franceschini. Quando a Napoli si svolsero le primarie per la scelta del candidato arrivò a invocare l’intervento della magistratura e delle forze dell’ordine per garantirne la trasparenza ed evitare il rischio delle infiltrazioni camorristiche. Non c’è da stupirsi se oggi, Enrico Morando sia di quelli che considerano le primarie «cruciali per i partiti» e necessarie «a consolidare il bipolarismo». «Prima che di partito il problema è istituzionale, va inserito nella cornice della riforma elettorale», spiega il senatore del Pd, che vede nel referendum lo strumento per arrivare a questo risultato.

Come sono le primarie a cui pensa?

Per legge, per tutti i candidati, fatte almeno tre, quattro, se non sei mesi prima del voto, nei luoghi, nei modi e con le stesse garanzie da parte dello Stato dei turni elettorali veri e propri. Non obbligatorie, ma legate al finanziamento pubblico: il partito che non le fa ne perde due terzi. È l’idea del disegno di legge Ceccanti-Vassallo. Soprattutto, però, le immagino inserite in un sistema maggioritario uninominale, meglio se a doppio turno. Così si potrebbero garantire due diritti fondamentali dei cittadini-elettori: quello di scegliersi i senatori e i deputati e quello di scegliersi il governo, che è un diritto che esiste dal ’94, da quando siamo entrati nel novero delle democrazie competitive e che, nonostante tutto, il “Porcellum” concede.

Il Pd a Napoli ha vissuto un’esperienza non proprio felice. Non ha mai avuto ripensamenti sull’opportunità di svolgerle?

Guardi, solo in città risposero 45mila cittadini. Qualcuno avrà anche partecipato a qualche broglio, ammettiamolo, ma 45mila erano un numero enorme per il centrosinistra napoletano, provato da tutte le sue difficoltà. Per evitare il disastro che ci fu sarebbe bastato fare quello che facemmo per le primarie alla Provincia, quando ero commissario: prevedere un secondo turno in caso nessuno avesse superato il 40 per cento. Invece, clamorosamente, non fu fatto. La verità è che il caso Napoli e il suo esito dimostrano che le primarie sono uno strumento formidabile di partecipazione democratica, siamo noi che non siamo stati all’altezza di quella domanda.

Delle primarie si dice che servono a garantire un diritto ai cittadini, a rafforzare le istituzioni, a combattere l’antipolitica, ma quanto servono ai partiti?

Sono cruciali, perché c’è una crisi di credibilità evidente. I partiti non sono percepiti come strumento di partecipazione, di una partecipazione non generica ma alla decisione politica. I cittadini vogliono partecipare alla decisione politica e da questo punto di vista le primarie sono davvero uno strumento formidabile. Però, c’è anche altro: sono una componente essenziale del mito originario.

Bersani non la pensava così….

Ma è così nei fatti. Il Pd, ma diciamo i partiti tutti – belli, brutti, i partiti che conosciamo – hanno un mito originario, che è grosso modo un manifesto, è un’idea di futuro. Il Pd è stato fondato prima che ne venisse scritto il manifesto. A quella fondazione parteciparono tre milioni di persone, che accolsero la sollecitazione a venire a votare e risposero a quella promessa di innovazione che fu il discorso del Lingotto. Questo, va ricordato, in un momento di crisi profonda del centrosinistra, mentre si stava dando uno spettacolo di cui in molti si sono dimenticati, ma io mi ricordo, con i ministri in piazza contro il governo, il voto al Senato appeso a uno in più o meno. La nascita del Pd fu un successo coinvolgente, tanto è vero che poi un mese dopo Berlusconi salì sul Predellino.

E oggi cosa le sembra che resti di quel «successo»?

Che le due novità vere di quella stagione siano irreversibili, anche se la gestione che abbiamo fatto del Pd, come quella che è stata fatta del Pdl, è stata largamente insoddisfacente. Ma il Pd c’è. E anche il Pdl c’è e, per quanto sia gestito coi piedi, dubito che anche dopo Berlusconi non ci sarà più, perché dal lato del centrodestra ha risposto a quella stessa domanda a cui il Pd ha risposto a sinistra.

Dunque, dal bipolarismo non si torna indietro?

Non solo dal bipolarismo, ma dal bipolarismo a partito dominante. E qui ci ricolleghiamo alla vicenda di come si scelgono i leader, che non sono i soliti segretari dei soliti partiti, ma i segretari di un partito a vocazione maggiore e quindi i naturali candidati alla presidenza del Consiglio. Consolidare le primarie significa consolidare il bipolarismo. E sono lieto che ora anche per la maggioranza del mio partito guai a chi tocca le primarie, quando due anni fa, nel dibattito congressuale, furono messe in discussione. E lo dico con apprezzamento per Bersani, non come critica.

In realtà, a giudicare da certe reazioni a candidature come quella di Matteo Renzi, non è che dal Pd emerga esattamente una convinzione profonda sulla bontà dello strumento…

Attenzione, un conto sono le primarie di coalizione, un conto è ciò che avviene nel partito. È la logica conseguenza del ruolo di un partito a vocazione maggioritaria come il Pd – ma per il Pdl lo schema è analogo – nell’ambito di un bipolarismo come quello di cui parlavamo prima. È naturale che Vendola, che non è del Pd, si candidi alle primarie per la scelta del candidato del centrosinistra, ma è anche naturale che il candidato del Pd fra i candidati del centrosinistra sia il segretario del partito. E la sede per decidere chi è il leader del Pd è il congresso, che per altro da Statuto si conclude proprio con le primarie tra iscritti ed elettori.