L’Anp ci ha messo nel sacco e non so come ne usciremo

«La grandeur francese e l’impero britannico che si presentano in Libia per dire “noi vi abbiamo aiutato a vincere” e per celebrare la vittoria, ma la vittoria di chi?». Il sottosegretario Alfredo Mantica ha un giudizio non positivo sulla visita che ieri Nicolas Sarkozy e David Cameron hanno fatto in Libia, nello stesso giorno in cui a Tripoli c’era anche il premier turco Recep Tayyip Erdogan. Non è il solo: il Parlamento europeo ieri ha votato una risoluzione perché l’Europa si muova compatta, evitando azioni individuali. «La visita di Sarkozy e Cameron rischia di essere un atto che divide, perché suona come la celebrazione della vittoria del Cnt. Ma il Cnt – ricorda Mantica – è espressione di una realtà prettamente cirenaica, mentre in Libia esistono varie realtà e noi tutti ci stiamo sforzando di dire che ognuna deve poter sedere al tavolo del dopo-Gheddafi». Ciò che in questa fase è più interessante per Mantica, però, non sono le accelerazioni di Francia e Inghilterra, ma il ruolo di Erdogan. «La Turchia, sull’onda del suo grande successo economico e della sua forza politica, si sta proponendo come leader del mondo islamico. Islamico, e non arabo come spesso si dice. Se dici arabo a un turco quello ti picchia, e poi il mondo islamico è più ampio di quello arabo. La Turchia è molto presenta anche in alcune repubbliche dell’ex Unione Sovietica e in Somalia».

È un bene o un male che la Turchia assuma questo ruolo?

Intanto la Turchia sta provando ad assumere questo ruolo, ma non è detto che ci riesca. Poi nel suo viaggio in Egitto Erdogan si è presentato come il capo di un Paese moderno, democratico, laico. Ha posto il tema della laicità con forza, dicendo “io sono islamico, ma lo Stato turco è laico”. Con questa affermazione dà anche a noi una chiave di lettura, dice che la modernità di uno Stato islamico è la laicità. E questo, tradotto in termini costituzionali, significa che uno Stato laico islamico basa la sua legittimità sul riconoscimento della cittadinanza, al di là della religione È un modello molto distante da tutti gli altri Stati che basano la loro legittimità sulla sharia, e quindi sull’appartenenza religiosa. In più il comunicato ufficiale del governo turco parlava di visita alle “nuove democrazie arabe” e anche questa formula, nella sua assoluta modernità, è un segnale.

Perché allora il ministro Frattini ha parlato dell’«attivismo turco» in termini non entusiasti?

Perché poi la società turca non è poi proprio così. Qualche sentimento anticristiano resiste, qualche omicidio c’è stato, non si registra la condanna netta degli estremismi, il vecchio quartiere storico di Istanbul, che era ricco di molte etnie sta morendo, perché alla fine se sei islamico è meglio che se sei cattolico. E poi c’è il fatto che questo dinamismo turco fa saltare molti equilibri, l’isolamento di Israele preoccupa.

Erdogan ha usato parole molto dure nei confronti di Israele. Le ultime sono state a proposito del fatto che è pronto a inviare le navi da guerra per scontare i convogli che vanno verso Gaza…

La rottura con Israele per la Turchia è un dato necessario. Come fai a presentarti come leader del mondo islamico se sei amico di Israele? Rientra in questa strategia. La Turchia si sta giocando la sua partita, ma certo su questo punto c’è un profondo disaccordo rispetto alla politica estera italiana.

E poi c’è la questione palestinese. Il governo italiano non ha ancora espresso una posizione ufficiale, ma il portavoce del governo israeliano, l’ambasciatore Avi Pazner, ha detto che l’Italia, insieme a Canada e Usa, è contro il riconoscimento dello Stato palestinese all’Onu. Come stanno le cose?

Una posizione ufficiale italiana ancora non c’è perché il 20 settembre a Bruxelles si tiene una riunione per cercare una posizione comune europea. Aspettiamo quella data. Il tentativo si fa, ma mi sembra molti difficile che si possa arrivare a un accordo che soddisfi. Vorrei vedere chi è questo Giuseppe di Arimatea che riesce a mettere d’accordo tutti. Quale sia la nostra posizione, comunque, è noto. Noi riteniamo che sia un errore e continuiamo a chiedere che il negoziato prosegua, ma questa potrebbe essere l’occasione per l’Onu per invitare Israele e Palestina a riprendere con maggiore convinzione il negoziato.

Scusi, se l’Italia è per i “due popoli, due Stati”, poi perché dice no allo Stato palestinese?

Perché da parte palestinese e, soprattutto, da parte araba nessuno ha mai riconosciuto la necessità dell’esistenza dello Stato di Israele e il suo diritto alla sicurezza. Essendo noi tradizionalmente amici di Israele e non avendo verificato questo, siamo contro ogni forzatura. Ma al momento Israele nel Consiglio di sicurezza può contare sul solo voto degli Stati Uniti e se la richiesta dell’Anp va in assemblea almeno i due terzi dei voti sono a favore. Significa 130-140 voti su 190, e francamente diventa un fatto che politicamente non può essere ignorato, anche se non ha rilevanza giuridica.

E non c’è contraddizione nel fatto che diciamo no allo Stato palestinese all’Onu, ma poi eleviamo a rango di ambasciatore il rappresentante dell’Anp in Italia?

È un segnale: vogliamo far capire all’Anp che le diamo un ruolo di statualità, che gli interlocutori sono loro, non la Lega Araba.

L’Anp ha fatto sapere che se la comunità internazionale avanzerà una proposta la prenderà «in considerazione sul serio», altrimenti procederà con la richiesta di piena membership all’Onu, che sarà presentata «il 23 alle 12.30». Cosa vuol dire questo “ultimatum”?

Che Abbas vuole lanciare una provocazione per riportare con forza la questione arabo-israeliana sulla scena internazionale. Loro ci stanno dicendo che non ne possono più di sentir parlare di “due popoli, due Stati”, di confini del ’67, quando poi tutto è in una fase di stallo da almeno due anni e ultimamente tra Siria, Libia, Egitto non ne parlavamo nemmeno più. È una mossa che ha una sua logica politica e io credo che sia anche un problema da cui è difficile uscire: il veto degli Stati Uniti li cancella dal Medio Oriente e non arricchisce nemmeno Israele, la immobilizza, in un momento in cui tra l’altro sembra non capire che il mondo le sta cambiando intorno. Da quando c’è la primavera araba Tel Aviv è in silenzio e questo secondo me è un errore. I palestinesi, giocando con intelligenza questa carta, hanno creato un cul de sac.