La violenza? Da sempre nel dna della sinistra

Sfatiamo subito un mito: la sinistra è non violenta? Nemmeno per scherzo. Certo, basterebbe la lunga scia di cronache dei nostri giorni per accorgersi del contrario e farsene una ragione. A partire dagli scontri di Venezia di sabato, dove i centri sociali, contro la rituale manifestazione della Lega Nord, hanno messo in campo il solito show fatto di provocazioni e di tentati assalti ai manifestanti. E che dire delle violenze dei “No Tav” – all’interno dei quali si nascondono anarchici di mezza Europa – che da anni tengono sotto scacco un’intera zona con la scusa della difesa della valle? Non si contano, poi, le contestazioni – per carità, legittime – contro governo o singoli esponenti politici e sindacali che sfociano però spesso e volentieri in scontri con le forze dell’ordine, quando non con i “dirimpettai” di turno. Questo, perché, nell’immaginario della sinistra, è fondativa una certa idea di rivoluzione. Secondo questa, il mondo così come si presenta è inaccettabile, e in nome di una razionalità superiore bisogna imporre un’idea prestabilita alla società intera. Tale visione profondamente antiliberale, nella sua presunta razionalità sistemica, si ritorce in un irrazionalismo pretenzioso che piega gli individui a un ruolo ingeneroso di materia inerte da plasmare: nessuna fiducia nella capacità umana di scegliere quotidianamente la propria verità.
Eppure una certa letteratura (ancora oggi) dipinge l’antagonismo di sinistra tutt’al più come un ambiente di chierichetti o di seguaci un po’ birichini di Gandhi. Ma, come si vede, che nel dna della sinistra ci sia un’appendice che parla di ricorso sistematico alla violenza è fin troppo chiaro e storicamente accertato. A partire dalle radici tutte borghesi del giacobinismo: uno degli assi su cui si è formata la prassi rivoluzionaria più fanatica. In quella Francia, infatti, il ricorso alla violenza come risolutrice fu una pratica utilizzata per abbattere non solo l’ancien regime ma anche tutti coloro che non intendevano piegarsi alla Rivoluzione: ossia migliaia di contadini, di sacerdoti e di nobili come accadde in Vandea.
Quanto al marxismo-leninismo, la bibbia a cui si sono imbevuti regimi e dittature di mezzo mondo, questa pratica è strutturale. Dal concetto di dittatura del proletariato a quello dell’assolutismo, il ricorso alla violenza è giudicato un fenomeno integrato al principio stesso del socialismo reale. In Cina, poi, non potevano essere da meno: e ci ha pensato il padre della rivoluzione Mao al motto di “colpirne uno per educarne cento”. E da qui – dalla Corea al Sudamerica fino alla Birmania – ha preso corpo tutta una scia populista che ha insanguinato e oppresso.
Dalle nostre parti, se la lotta partigiana ha praticato il ricorso sistematico all’attentato contro fascisti e tedeschi, non si contano – ci ha provato con molto coraggio e onestà Giampaolo Pansa – gli episodi di violenza gratuita, sistematica delle stesse forze partigiane comuniste contro civili e gente comune. Per non parlare, poi, della tragedia delle foibe e del trattamento degli italiani (inclusi i non fascisti) in Istria e Dalmazia.
L’antifascismo a guerra ampiamente finita, da parte sua, ha teorizzato addirittura la copertura e liceità di certi comportamenti: tant’è che quel terribile motto, «uccidere un fascista non è reato», divenne un mantra e una giustificazione per delinquere. Non è un caso che su queste paroline così dolci – e sull’appoggio diretto e indiretto di tanti sedicenti intellettuali – sono finiti sul selciato non solo ragazzi di destra. Ma anche poliziotti, imprenditori, commercianti (come il commissario Calabresi e Pierluigi Torregiani) rei di ostacolare il cammino rivoluzionario. Perché a quella contro i fascisti si unì la guerra contro lo Stato di cui le Brigate rosse (per mesi giudicate “sedicenti” dagli ambienti progressisti) sono state l’apice in termini teoretici e pratici: non è un caso che le vittime – vedi Biagi e D’Antona – arrivino anche ai giorni nostri.
Ma non solo le frange radicali della sinistra hanno dato prova di schizofrenia. Lo fece la sinistra al caviale e dei diritti quando ha reclutato rispettivamente J.F. Kennedy e Che Guevara, protagonisti-nemici, uno con l’invasione alla “Baia dei porci”, l’altro con la repressione della stessa, come icone pacifiste. E per un comunista eterodosso come Fausto Bertinotti, che ha tentato di lanciare la stagione del pacifismo e della sinistra non violenta (ma in realtà larga parte della base mugugnava per questo “socialista” utopista che parlava di post-comunismo), ci pensava l’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema ad autorizzare l’utilizzo delle basi militari italiane per bombardare la Serbia: salvo poi, gli stessi diessini, strapparsi le vesti quando George W. Bush praticava la guerra preventiva in Afghanistan e poi in Iraq. Altro episodio performante è stato il G8 di Genova. Qui – al netto delle ragioni, che c’erano, di molti manifestanti sul Wto – ci fu chi soffiò fin da subito sul fuoco della protesta. A partire dai capi dei centri sociali che – in diretta televisiva – hanno dichiarato “guerra” ai grandi del mondo e alla loro “zona rossa”. E c’è stato chi questo l’ha preso sul serio: portando in scena la guerriglia che è costata anche la vita di un ragazzo (discorso a parte poi sono stati gli abusi e le violenze gratuite delle forze dell’ordine). E così – tra uno scontro e l’altro – dal ’45 in poi non c’è stato mese in cui un determinato ambiente con le sue etichette vezzeggiative (disobbedienti, “indignados”, autonomi) non abbia dato prova di questa intolleranza. Dalle contestazioni a De Felice, a quelle contro gli operai della Tav, alla censura di papa Ratzinger (a cui fu impedito di parlare all’università La Sapienza) fino alle botte ai ciclisti “padani”: è la solita pratica sistematica della sopraffazione.