La Marcegaglia gioca  a fare comizi&politica

Le manca solo un palco in piazza e le bandiere dei militanti. Emma Marcegaglia continua a fare le prove tecniche di leader (politica), parla come se fosse a capo di un partito, critica come se fosse un’esponente dell’opposizione. Ma con un particolare: agisce con un occhio attento alle trattative in atto con Tremonti e con i sindacati sulle misure per la crescita e con l’altro rivolto agli organi di stampa, alle implicazioni mediatiche e alle dichiarazioni dirompenti. La presidente di Confindustria, apparentemente, appare impegnata nel negoziato in atto a Via XX Settembre, ma in realtà dà tutta l’impressione di avere già formulato una ricetta e di volerla imporre agli altri commensali seduti al tavolo. Il governo Berlusconi le sta stretto e la rottura e la discontinuità sono diventati il filo conduttore dei suoi discorsi. Sarebbe meglio se il premier lasciasse Palazzo Chigi, ha detto all’incirca una settimana fa, poi non ha esitato a strizzare l’occhio a Susanna Camusso, che delle sue contestazioni al governo ha fatto la vera e propria ragione di vita della Cgil, e, infine, nella giornata di ieri, è addirittura arrivata ad annunciare «un manifesto delle imprese». Fa sapere che lo presenterà al tavolo, e fin qui nulla da eccepire. Suscita parecchi interrogativi, invece, il fatto che lo annunci in anteprima ai giornali e lo faccia seguire da diktat che sembrano finalizzati a fare di Viale dell’Astronomia la mosca cocchiera di una rottura con il governo che al Paese farebbe del male.
Gli industriali salgono in cattedra e sentenziano: «Salviamo l’Italia». Come se gli altri volessero affossarla. «Vogliamo il cambiamento vero e lo vogliamo velocemente», afferma la loro leader. «Basta vivacchiare – aggiunge – se l’esecutivo vuole discuterne bene, se no scinderemo le nostre responsabilità dalle loro». Un «elenco dei desideri», secondo Luigi Angeletti. Aria fritta, secondo noi. Perché la discussione è in atto al tavolo delle trattative e perché il governo sta consultando le parti proprio perché intende fare tutto quanto si rivelerà possibile per incentivare lo sviluppo. Se poi il problema è quello dell’auspicata «discontinuità» politica, allora il problema è un altro. Poiché le parole significano qualcosa, però, bisogna rimanere al loro significato e la Confindustria contesta «le piccole cose» e afferma di non essere disponibile a permanere «in una situazione di stallo, in cui si vivacchia e in cui ci si limita a fare qualche piccola manutenzione». A cosa si riferisce Marcegaglia? Alle due manovre economiche di questa estate? Se è così è totalmente fuori rotta, perché con quei provvedimenti si doveva centrare l’obiettivo del pareggio di bilancio, adesso, invece, si deve abbattere il debito e si deve dare impulso alla crescita.
Nel manifesto non c’è nulla di sconvolgente. Si dice no ai tagli lineari, ed è ormai assodato che non li vuole più nessuno, neppure Tremonti. Si punta l’indice sulla necessità di ridurre la spesa pubblica, ma si tace sul fatto che tutti condividono questo obiettivo: le difficoltà arrivano quando si deve decidere come fare. La riforma delle pensioni, poi, non è una scoperta degli industriali è una necessità per il Paese. E la rivoluzione fiscale è già scritta tra le cose da fare, tanto è vero che al governo è già stata data una delega per metterla a punto. Anche liberalizzazioni e vendita dei beni pubblici sono tra gli argomenti sul tavolo. Qui, però, i problemi sono costituiti da una parte dalle lobby che si oppongono alle novità e dalla necessità di non svendere il patrimonio pubblico in un momento in cui l’economia non tira. Si deve fare presto, certo, ma senza perdere di vista quelli che sono gli obiettivi. Quello che si potrebbe fare in tempi brevi, invece, è la vendita degli immobili di proprietà dello Stato che ammontano a 300 miliardi di euro. Su questo versante ministero dell’Economia e Confindustria farebbero bene a studiarsi la proposta che nelle ultime settimane ha messo a punto Milano Finanza assieme ad alcuni esperti: la creazione di un contenitore (spa o fondo) al cui interno collocare i beni pubblici le cui quote verrebbero poi collocate tra i risparmiatori come prestito forzoso. La patrimoniale, invece, appare inopportuna perché sarebbe sempre a carico dei soliti noti già gravati da una pressione fiscale intollerabile.
Quello su cui, invece, non si può non concordare con la Marcegaglia è la necessità di fare presto per evitare che l’Italia faccia la fine della Grecia, ormai alla vigilia del default definito «possibile» dalla stessa Bce, mentre Moody’s tagliava il rating alle banche greche. Eurolandia, infatti, si sta muovendo con passo da tartaruga mentre per tacitare i mercati sarebbe necessaria l’impazienza della lepre. Ieri, a margine della riunione annuale del Fmi, il ministro Tremonti ha detto che la causa principale della situazione in Eurolandia è la stessa Europa. «La soluzione – ha aggiunto – spetta alla Germania». E Christine Lagarde, nel discorso pronunciato per l’occasione, ha sostenuto che «l’Europa deve risolvere con urgenza i problemi del debito sovrano e delle banche». Constatazioni arrivate dopo che, al termine della riunione del G20, i Paesi europei avevano assicurato che «il Fondo salva-stati verrà aumentato». E governatori delle Banche centrali e ministri delle Finanze avevano annunciato «risposte forti e coordinate per affrontare le sfide dell’economia mondiale». Per ora ancora parole. «I Paesi dell’area euro – si legge nel comunicato finale – stanno attuando le decisioni prese il 21 luglio 2011 e adotteranno le azioni necessarie per aumentare la flessibilità dell’Efsf (Fondo salva-stati) e massimizzare il suo impatto per gestire il contagio entro la prossima riunione». Quando? La scadenza è il vertice di Parigi di metà ottobre. Solo che, con l’aria che tira, per abbassare la febbre a qual punto potrebbe essere necessario l’antibiotico, mentre noi saremo pronti a somministrare solo l’aspirina.